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	<title>Ossessioni e vuoti a rendere</title>
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	<description>La realtà ha una pessima grafica</description>
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		<title>Racconti &#8211; Abbiamo tutti uno zombi nel cuore</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 15:47:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[antonaccio]]></category>
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		<category><![CDATA[odissea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Questo è il testo del reading di lettura che ho tenuto nella serata dedicata agli scrittori cremaschi lo scorso 17 luglio al Mulino da Basso di Torre Pallavicina, all&#8217;interno del programma di Odissea, assieme a Nino Antonaccio e Anna Martinenghi. &#160; &#160; Buongiorno mondo. Com’è il tempo la fuori? L’aria è tornata respirabile? Oggi è [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><blockquote><p>Questo è il testo del reading di lettura che ho tenuto nella serata dedicata agli scrittori cremaschi lo scorso 17 luglio al Mulino da Basso di Torre Pallavicina, all&#8217;interno del programma di Odissea, assieme a <strong>Nino Antonaccio</strong> e <strong>Anna Martinenghi.</strong></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><img class=" " src="http://www.cremaonline.it/articoli/images/st14604a.jpg" alt="" width="432" height="318" /><p class="wp-caption-text">Da sinistra: Io, Anna Martinenghi, Enzo Cecchi e Nino Antonaccio</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em>Buongiorno mondo. Com’è il tempo la fuori? L’aria è tornata respirabile? Oggi è il giorno 251 dell’anno 5 del dopo contagio. Come tutte le mattine che si susseguono nonostante tutto mandiamo un saluto all’universo: infetti e non infetti. Che ognuno possa risolvere tranquillamente i suoi problemi, che poi sono sempre gli stessi per tutti, problemi di cibo e di sopravvivenza. Noi cerchiamo di alleviarveli con un po’ di sana musica, che poi forse è l’unica cosa sana che è rimasta in questo mondo.</em></li>
</ul>
<p>Che film di serie B che è diventata la vita. Ti svegli un mattino e in base a che enzima hai o non hai nello stomaco la tua vita cambia. Io sono un NI, Not Infected, non infettato. Il mondo da 5 anni e 251 giorni si divide in I e NI, infected e not infected. Non si è ancora capito cosa è successo. Germogli di soia, cetrioli, carne poco cotta. Un bel mattino eravamo tutti segnati. La gran parte della popolazione si trovò ad avere l’enzima E-c nello stomaco. Da un giorno all’altro come nel peggiore film di zombi tutto divenne una questione di cibo. Gli Infetti si sono ritrovati intolleranti a tutti gli ortaggi e a gran parte della carne. Ipersensibili, con una gran fame e con poco cibo a disposizione. Un ecatombe. Milioni di morti in tutto il mondo per fame.<br />
L’epidemia colpì quasi la totalità della popolazione cinese, i teorici del complotto dissero che si trattava dell’attuazione di un piano di cui si ritrovavano i fili andando indietro di anni, di decenni. Che i governi mondiali per salvare l’economia stessero preparando e testando virus capaci di stroncare solo una parte ben determinata della popolazione è storia vecchia. L’Aids? creato per decimare le popolazioni africane, la Sars? Un arma batteriologica per sterminare i cinesi. Tutte teorie basate sulle zone di maggior diffusione dei contagi. E il Virus, come è stata chiamata la NivAvm40, il batterio che ha ridotto del 60 per cento la popolazione mondiale in 5 anni e 251 giorni? Forse una cosa sfuggita al controllo di qualche spin doctor visto che ne è infetto il 95 per cento della popolazione mondiale. Ed il restante 5 per cento? Si è scoperto che la carne umana sana è l’unico cibo digeribile per gli I, come nel peggiore film di zombi ve l’avevo detto…<br />
Nel giro di qualche mese i non infetti vennero rinchiusi in grandi pascoli, curati, coccolati, accuditi, riprodotti e macellati. Qualcuno riuscì a fuggire in sacche di resistenza, piccole riserve senza legge. Io vivo qui. In mezzo al nulla, in questo spazio ristretto, nascosto tra alberi e rovine. Io e altre 37 persone. Ripariamo vecchie auto, sfuggiamo alle imboscate all’esterno degli I, cerchiamo di scordarci quello che era il mondo fino a 5 anni e 251 giorni fa.<br />
La prima cosa a scomparire è stata l’informazione, qualcuno andò a rispolverare i vecchi libri di David Icke sugli illuminati, sui rettiliani, sulla congiura del silenzio. Altro che Area 51, brandelli di realtà e bufale paurose si sono  abilmente mischiate nel flusso di informazioni sempre più prosciugato che arrivava da radio e tv. E poi? E poi piano piano le tv smisero di trasmettere, i giornali di uscire. E adesso? Adesso non saprei dirvi di preciso cosa c’è la fuori. Qualcuno di noi esce. Per la maggior parte del tempo qua al massimo qualcuno deve entrare, quelli che sanno che qui possono fare una sosta nel loro peregrinare, dormire protetti, riparare l’auto, trovare carburante.<br />
Ma adesso tocca scappare. La nostra oasi è stata scoperta e sta per venire invasa dagli I, li sentite? Sono alle porte. Faranno irruzione qua dentro, bruceranno le nostre baracche, ci porteranno in centri di detenzione temporanea e poi qualcuno sparirà, lo sappiamo tutti che mangeranno le nostre carni sane e saporite. Non c’è via di scampo. Bisogna fuggire. Qua vicino, mi hanno detto, c’è un&#8217;altra oasi protetta e non ancora scoperta.<br />
Ma per uscire e spostarsi quasi liberamente c’è un piccolo trucco. Un trucco che ci permetterà di passare i posti di blocco dotati di scanner che individuano i NI con una sola passata. Bisogna assumere una capsula di enzimi che ti fa risultare infetto per qualche ora e poi sperare di arrivare ad un posto sicuro velocemente. Volete seguirmi? Dovete seguirmi…</p>
<p>[lancio di caramelle] Prendete una capsula anche voi e andiamo, se qualcuno crede a qualcosa , preghi, se qualcuno ha delle armi le porti con se. Forse abbiamo ancora qualche speranza di salvare il culo, e anche tutto il resto…<br />
Che brutto film di serie B che è la vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em>Buongiorno mondo. Com’è il tempo la fuori? Dall’orizzonte si levano colonne di fumo nero e odore acre. Gli I hanno messo a segno un punto sui Ni, la notizia è arrivata anche a noi. Qualcuno la fuori sta banchettando. Oggi è il giorno 252 del 5 anno del dopo contagio. Come tutte le mattine che si susseguono nonostante tutto mandiamo un saluto all’universo: infetti e non infetti. Come siete messi a pappa? Mi sa che oggi è tempo di grigliata all’aperto. E cosa c’è di meglio per allietare una grigliata che un po’ di sana musica? che poi forse è l’unica cosa sana che è rimasta in questo mondo?</em></li>
</ul>
<p>Che brutto film di serie B è diventata la vita. Dopo due chilometri la mia auto si è impiantata, va beh, era 5 anni e 252 giorni che non guidavo. Però sono quasi sicuro che si è trattato di una trappola. Sono corso via, tanto veloce quanto spaventato. In mezzo a luoghi che non riconoscevo più. Mi sembrava di stare in uno scenario di guerra, mi sembrava di stare in un videogioco. Di quelli a due dimensioni a scorrimento veloce degli anni ’80 del secolo XX della scorsa era. Di quelli dove uno fugge e tutti gli altri lo inseguono. E non c’è salvezza. Al massimo puoi vivere un po’ di più, un livello in più. Ma poi più avanzi nel gioco tutto si fa più veloce e difficile finche….. Game over. Questi qui che sento respirare nascosti qua attorno vogliono solo mangiarmi, li capisco, hanno fame. Sono il secondo ingranaggio di una Macchina desiderante, un vecchio concetto filosofico di Felix Guattari, sempre secolo XX della scorsa era ma anni ’70. La macchina desiderante è un flusso di smania che unisce soggetto ed oggetto di un desiderio in una sola figura filosofica. Io sono l’oggetto. E il mio non è un Corpo senz’organi, sempre per citare la filosofia alternativa. Ma la filosofia alternativa non mi serve adesso. Mi servirebbe essere un po’ più allenato e correre.<br />
Ma tanto siamo tutti zombi,  lo diceva un altro filosofo, David Chalmers, un ragazzotto australiano, un capellone che pareva un metallaro, che la menvava raccontando che noi siamo sottoposti ogni giorno ad una serie di stimoli fisici. Processi biologici di semplice interpretazione scientifica (i problemi semplici) che il nostro cervello processa grazie a delle leggi fisiche inopinabili. E poi c’era il problema difficile “la questione di come i processi fisici nel cervello diano luogo all’esperienza soggettiva. Un enigma che coinvolge l’aspetto interiore del pensiero e della percezione: come il soggetto sente le cose”, diceva il ragazzotto, se lo sono pappato allo spiedo… Ma chi se ne frega qua bisogna correre veloci.<br />
E poi all’improvviso mi sono ritrovato in una casa, una sorta di comune, un luogo dove I e NI vivono assieme. Che questo film di serie B possa avere un lieto fine? Il videogioco anni ’80 si trasforma in un film hard della peggiore specie. Un incredibile orgia di corpi nudi, giovani e vecchi, magri e grassi. Molti magri, pochi grassocci come me. Sospetto che il lieto fine non sia poi così scontato. Mi ritrovo in una dimensione quasi onirica, forse sto sognando. Qualcuno parla dell’imminente arrivo di una sacerdotessa che dirimerà questa disgustosa, eppure affascinante, orgia. “Qui non si mangia si pensa solo alla carne”, me lo dice uno pelle ed ossa, mi sembra che nel tono ci sia ironia macabra, intanto mi guada laido… Secondo me ha fame. La pasticca di enzimi sta finendo il suo effetto e tra un po’ sarà chiaro a tutti, anche a naso, che sono un NI, un bel barattolone di carne in scatola, un panda raro ed in via di estinzione da scannare e passare alla griglia.<br />
Sento la sacerdotessa arrivare, ho paura che stavolta sia davvero arrivato il mio momento. Ehi, sento una voce che mi chiama da uno sgabuzzino e mi ci infilo. Di la si sente profumo di cibo, stanno cucinando una specie di brodaglia di riso… Decisamente manca di carne, la mia carne. Mi infilo nello sgabuzzino con lo sconosciuto, peggio di così non può davvero andare. Al massimo mi ritroverò chiuso in uno spazio angusto con uno sconosciuto psicopatico… Quanti film horror avrò visto iniziare così nella mia vita… Gia…</p>
<p>Che brutto film di serie B che è la vita.</p>
<ul>
<li><em>Buongiorno mondo. Com’è il tempo la fuori? Oggi è venerdì ma non è giorno di magro, anzi…Chissà se qualche gonzo è caduto nella trappola della gran sacerdotessa ed è finito lessato nella pentolona dove prepara le sue prelibatezze nel ristorante per I più famoso della città. Oggi è il giorno 253 del 5 anno del dopo contagio. Come tutte le mattine che si susseguono nonostante tutto abbiamo un messaggio per tutti I e NI: amatevi, non importa se con un amore cannibale, ma amatevi. E cosa c’è di meglio per allietare una bella scena d’amore che un po’ di sana musica? che poi forse è l’unica cosa sana che è rimasta in questo mondo?</em></li>
</ul>
<p>Alfred Packer, Vincenzo Verzeni, Anna Zimmerman, Armin Meiwes, Yury Mozhnov cos’hanno in comune questi nomi? A cui se ne potrebbero aggiungere molti altri? Sono nomi di antropofagi deviati del XX secolo della scorsa era. Quando usciva che c’era un mostro di Milwakee qualunque era grande scandalo. Adesso in 5 anni e 253 giorni il cannibalismo è diventato arte della sopravvivenza. Quello che per secoli è stato un tabù, una cosa di cui parlare a mezza voce, il raccapricciante ingrediente torbido di alcuni dei film più terrificanti della storia, è adesso diventato normale. E’ un I anche il presidente di ciò che un tempo erano gli Stati Uniti, fate vostri calcoli… Se una volta esportavano democrazia a fucilate pensate adesso cosa combinano. Quella non era una comune hippy di convivenza tra I e NI e quella che si aspettava non era una sacerdotessa. Era solo il retro di un ristornate non proprio vegano. Quello che mi salvò non era uno psicopatico ma un mio vecchio conoscente I. Nonostante la fame la vecchia amicizia fu più forte, ma solo perché me ne andai immediatamente, l’amico cominciava a guardarmi come si guarda un salame appeso in cantina e sono pronto a scommettere che aveva la bava alla bocca.<br />
Fuggii veloce, peccato, l’orgia rituale del retro cucina non era male, anche perché da 5 anni e 253 giorni non vedevo una donna e gli ormoni stavano per condannarmi a morte. Ma dove potevo andare senza mezzi, senza armi, senza idee, senza cibo e senza forze?</p>
<p>E poi anche se avessi combattuto come un leone, come un guerriero di qualche film dal cazzo, come un Warriors appunto, poi dove sarei arrivato? Gli Warriors dei Guerrieri della Notte dopo aver rischiato la vita con tutte la bande rivali che li accusano di avere ucciso il gran capo quado arrivano a casa, a Conei Island, si sentono apostrofare così dal capo: guardate che posto di merda, pensare che abbiamo combattuto tutta notte per arrivarci. A pensarci ora non era poi così brutto, una spiaggia americana in una mattina livida. E qui adesso dove cazzo sono, tra rovine e alberi malati, senza sapere dove andare e come sopravvivere.</p>
<p>Così decisi di perdere conoscenza, li dove mi trovavo, nel buio della notte, spaventato e rassegnato, bum. Ero svenuto di fronte ad un vecchio traliccio, una sorta di antennone che svettava nel cielo. A due passi c’era una costruzione. Li dentro mi ritrovai dopo aver aperto gli occhi il mattino dopo. E scusate se non finisco di raccontarvi la storia ma è il mio turno di lavoro, quello più infame, quello che va dalle 4 alle 6 del mattino.</p>
<p><em>3-2-1&#8212; vai</em></p>
<ul>
<li><em>Eeeeee buonanotte mondo. Un&#8217;altra giornata è finita, era il giorno 260 del 5 anno del dopo contagio. Se avete la pancia piena a quest’ora starete dormendo, ma so che l’avete vuota e sarete a caccia, in attesa che qualcuno cada nel vostro tranello o cercando di fuggire dal tranello. Ho un messaggio per tutti: buona notte e buona fortuna, lo so, lo so, è una citazione. Ma non posso farne a meno. E cosa c’è di meglio per addormentarsi con la pancia vuota che riempirla con un po’ di sana musica? che poi forse è l’unica cosa sana che è rimasta in questo mondo?</em></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.cremaonline.it/articolo.asp?ID=14604">Il racconto della serata da Crem@online</a></p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinema &#8211; L&#8217;incredibile storia del Don Chisciotte di Orson Welles (terminato dallo zio Jess)</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 13:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[don chisciotte]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Il mondo del cinema è pieno di storie legate alla realizzazioni di film che vale la pena di raccontare. Storie che spesso sono più intriganti del film stesso di cui sono il retroscena. Storie dove si toccano estremi che spesso si credono zenit e nadir. Una di queste storie l’ho raccontata in un romanzo. Ma [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Il mondo del cinema è pieno di storie legate alla realizzazioni di film che vale la pena di raccontare. Storie che spesso sono più intriganti del film stesso di cui sono il retroscena. Storie dove si toccano estremi che spesso si credono zenit e nadir. Una di queste storie l’ho raccontata in un romanzo. Ma il mio vagabondare mi ha portato ad incontrarne un&#8217;altra che meriterebbe altrettanto spazio: la storia del<em> Don Chisciotte</em> di <strong>Orson Welles</strong>. Un film che ha avuto una gestazione durata quasi 40 anni e che in fondo non dovrebbe esistere. Ma esiste eccome ed è un capolavoro, forse mancato.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 405px"><img src="http://www.antiwarsongs.org/img/upl/welles.jpg" alt="" width="395" height="360" /><p class="wp-caption-text">Akim Tamiroff nel ruolo di Don Chischiotte</p></div>
<p>Partiamo dalle parole di Welles stesso per capire quale è stata la genesi del film:</p>
<blockquote><p>“Come ho deciso di girare Don Chisciotte? Avevo cominciato a fare un programma per la televisione di mezz&#8217;ora, avevo il denaro giusto per farlo; ma sono caduto così perdutamente innamorato del mio soggetto che l&#8217;ho ingrandito via via e ho continuato a girarlo man mano che guadagnavo dei soldi. Si può dire che il film si è ingrandito mentre lo facevo. E&#8217; un po&#8217;, voi lo sapete, quello che è accaduto a Cervantes, che cominciò a scrivere una novella e finì per scrivere il Don Chisciotte . E&#8217; un soggetto che non si può più lasciare una volta che lo si comincia”.</p></blockquote>
<p>Cominciamo a mettere qualche paletto. Siamo negli anni ’50. Il grande cineasta americano riceve l’incarico dalla Rai, si dalla tv di stato italiana, di realizzare una serie di documentari ambientati nella Spagna che sta mutando. I documentari si sarebbero intitolati, appunto, <em>Nella terra di Don Chisciotte</em>. La lavorazione di quei documentari la racconta uno della micro squadra che li realizzò, <strong>Alessandro Tasca di Curò</strong>:</p>
<blockquote><p>“giravamo con una troupe di cinque persone. Welles, io, un tecnico del suono che conduceva anche il camion Volkswagen che avevamo, un operatore nostro, uno della tv spagnola e facevamo tutto; io facevo l&#8217;elettricista, il trovarobe. Orson amava girare in pochi e ognuno faceva tutto quello che c&#8217;era da fare. In certe occasioni avevamo quattro o cinque apparecchi in 16 millimetri, ad esempio alla Fiera di Siviglia eravamo in cinque a girare, ognuno di noi teneva una camera in mano e se vedevamo qualcosa d&#8217;interessante lo riprendevamo e poi naturalmente lui sceglieva quello che voleva”.</p></blockquote>
<p>Welles prende a cuore la realizzazione del documentario, vorrebbe montarlo personalmente e registrare la traccia audio della narrazione utilizzando la sua voce, parlava bene in Italiano. Degli oscuri funzionari, sempre stando alle parole di Tasca,</p>
<blockquote><p>“obiettarono che così la narrazione avrebbe avuto un accento straniero. A nulla valse tentare di convincerli che era una delle voci più famose in tutto il mondo. Fecero il solito doppiaggio piatto e poi chi si è visto si è visto. E lo stesso fecero con il montaggio”.</p></blockquote>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><img class=" " src="http://www.dvdbeaver.com/film2/DVDReviews40/donquixote%20welles/orson%20welles%20don%20quxiote%20PDVD_005%20.jpg" alt="" width="432" height="324" /><p class="wp-caption-text">Don Chisciotte e Sancho Panza secondo Orson Welles</p></div>
<p>Ma intanto Welles si convince che deve assolutamente realizzare un film che narri le vicende dell’Hidalgo, dell’eroe puro di Cervantes. Siamo nel 1955 quando inizia a girare metri su metri di pellicola per mettere assieme il film. Un processo che, come abbiamo visto, lo prende fin nell’anima. Alla fine girerà materiale per 14 anni consecutivi. Nei posti più disparati: Spagna, Messico, Italia (in periferia di Roma). Quando ha già realizzato migliaia di metri di pellicola dichara:</p>
<blockquote><p>“potrei montare tre film con il materiale già girato. Il film, nella sua prima forma, era troppo commerciale; esso era concepito per la televisione e io ho dovuto cambiare certe cose per farlo più duro. La cosa più folle è che Don Chisciotte è stato girato da una troupe di sei persone. Mia moglie era sceneggiatrice, l&#8217;autista piazzava le lampade, io dirigevo, ero direttore della fotografia e operatore in seconda. E&#8217; soltanto attraverso la camera che si può anche avere l&#8217;occhio a tutto”.</p></blockquote>
<p>Questa dichiarazione risale al 1964, sono già 9 anni che mette assieme materiale, nella stessa intervista dichiara anche:</p>
<blockquote><p>“ora il film è veramente terminato. Non mancano che tre settimane circa, per le riprese di qualche piccola cosa. Quello che mi preoccupa è il suo lancio: io so che questo film non piacerà a nessuno. Sarà un film esecrato. Io ho bisogno di ottenere un grande successo prima di metterlo in circolazione. Se<em> The Trial</em> avesse avuto un successo di pubblico come di critica, allora avrei il coraggio di fare uscire il mio <em>Don Chisciotte</em>. Essendo le cose quelle che sono, io non so cosa fare: tutti si metteranno in collera contro questo film”.</p></blockquote>
<p>La paura di Welles lo porterà ad andare avanti a girare per altri 5 anni, altro che tre settimane, disseminando materiale per tutto il mondo, affidato a persone diverse, a magazzini diversi, a mani diverse. Tutto confezionato in piccole bobine senza numerazione così da rendere davvero difficile per un esterno capire cosa avesse in mente. Ad un certo punto Welles dice che non può finire il film perché l’ultima scena è irrealizzabile.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img src="http://www.noveporte.it/arte/img/p_19.jpg" alt="" width="400" height="282" /><p class="wp-caption-text">Don Chisciotte al cinema</p></div>
<p>L’aneddoto della parte finale lo racconta <strong>François Truffaut</strong> nel 1978:</p>
<blockquote><p>“la ragione che Orson Welles offre per spiegare l&#8217;incompletezza del film è la necessità di filmare, per la scena finale, l&#8217;esplosione della bomba H che distruggerà tutto e tutti, eccetto Don Chisciotte e Sancho Panza. Si è creato attorno a questo film, attraverso gli anni, una specie di leggenda che non sarebbe sorprendente immaginare che Welles preferisca restarne l&#8217;unico spettatore&#8221;.</p></blockquote>
<p>Orson Welles muore. E’ il 10 ottobre del 1985, 30 anni dopo l’inizio delle riprese del film. Il 1985 è un anno strano per questa storia. Nello stesso periodo in cui Welles muore nei magazzini della Rai<strong> Marco Melani e Enrico Ghezzi</strong> rinvengono i documentari del 1955. fino ad allora quei documentari erano quasi una chimera, nessuno davvero sapeva del lavoro televisivo italiano del genio americano. Un lavoro che lascia a bocca aperta per modernità, ma che ugualmente rimane nell’oblio, non essendo mai stato ritrasmesso integralmente. Sembra che la parola fine sia stata quindi messa definitivamente sulla storia del film. Ma non è così.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 308px"><img src="http://digilander.libero.it/davis2/lezioni/fotocine/registi/orson%20welles_file/toland.jpg" alt="" width="298" height="421" /><p class="wp-caption-text">Orson Welles sul set</p></div>
<p>Dopo la morte di Welles inizia la corsa al recupero del metraggio abbandonato in giro per il mondo e il tentativo di effettuare un montaggio del film. Molto lavoro lo possiede<strong> Mauro Bonanni</strong>, che con Welles aveva collaborato,</p>
<blockquote><p>“un giorno chiesi a Welles perché il Don Chisciotte era diviso nel montaggio in tanti piccoli rullini. Mi rispose che se qualcuno li avesse trovati, non avrebbe dovuto capirne la consequenzialità, che conosceva solo lui ed era regolata da un codice che soltanto lui conosceva”,</p></blockquote>
<p>racconta quello che Welles considerava come il suo figlio siciliano.</p>
<p>Il primo tentativo di dare un volto al film viene fatto nel 1986, a tentare l’operazione è niente meno che<strong> Costantin Costa Gavras</strong> per la Cinematheque. Mette assieme faticosamente un pre montaggio di 40 minuti e lo mostra a Cannes nel 1986. Ma il progetto naufraga, troppo poco materiale a disposizione e troppa distanza tra i due animi registici per arrivare ad avvicinarsi anche solo lontanamente all’idea originale. Bonanni possiede legalmente circa 20 mila metri di pellicola, di cui ad oggi non ha fatto praticamente nulla. In quegli anni viene annunciato un mega progetto di montaggio annunciato da <strong>Suzanne Cloutier</strong> con <strong>Robert Wise</strong> e addirittura <strong>Marlon Brando</strong> che racconta.</p>
<p>Ma c’è qualcuno che ha messo la parola fine ed un montaggio lo ha realizzato e presentato, all&#8217;Expo di siviglia del 1992 e nello stesso anno a Cannes. E’ qui che l’infinitamente alto di Welles incontra l’infinitamente basso (ma non in senso dispregiativo) che preannunciavamo all’inizio. Si perché l’unico modo per vedere il <em>Don Chisciotte</em> di Orson Welles che ad oggi abbiamo a disposizione è guardare il film che negli anni ’90 è stato montato da <strong>Jesus Franco</strong>. Si lui. Lo Zio Jess era stato collaboratore di Welles nei suoi anni in Spagna e ne conosceva bene la mentalità e le idee,racconta:</p>
<blockquote><p>“ho collaborato con Orson, nel 1965 come regista di seconda unità del Falstaff, ma prima ho avuto la fortuna di affiancare molti altri registi bravissimi”.</p></blockquote>
<p>Ma come si è arrivati ad affidare al più prolifico regista di tutti i tempi, al<em> pazzo scatenato</em> che ha inventato le vampire lesbiche, che ha girato film di donne in carceri, secondine sadiche, l’inventore del dottor Orloff, un progetto così importante?</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 458px"><img class=" " src="http://images.nymag.com/arts/books/reviews/welles_2_060918_560.jpg" alt="" width="448" height="298" /><p class="wp-caption-text">Oja Kodar e Orson Welles</p></div>
<p>E’ <strong>Oja Kodar</strong>, ultima moglie di Welles, “una pazza croata”, come la definisce Franco, ad affidare allo zio Jess il progetto di partire per il mondo a cercare di raccogliere tutto il possibile. “come un investigatore privato”, racconta il regista spagnolo che alla fine riuscirà a mettere assieme più di 120 mila metri di pellicola. A questo punto inizia il lavoro di montaggio. Non ci sono direttive precise di Welles, come abbiamo visto, che anzi ha cercato di rendere il più frammentario possibile il girato. Ma Franco tra il materiale rinviene un nastro audio in cui Welles prova i dialoghi da solo, “facendo tutte le voci”, e ha quindi una buona traccia su cui partire per iniziare a mettere assieme un montaggio del film. Il materiale che Franco si ritrova tra le mani è povero, un misto di 16 e 35 millimetri girati quasi tutti in maniera altamente artigianale. Materiale girato spesso in condizioni di fortuna. &#8220;La pellicola spesso abbandonata per anni alle intemperie di qualche magazzino&#8221;, racconta il regista spagnolo che in un caso trovo la pellicola in una sorta di stalla ricoperta solo da un po’ di paglia per l’umidità. Prima di tutto quindi deve ripulire la pellicola, fare un lavoro preziosissimo di conservazione dei fotogrammi, e solo per questo l’operazione andrebbe salvata su tutti i fronti.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 350px"><img src="http://textclips.it/wp-content/uploads/2010/05/jesus_franco.jpg" alt="" width="340" height="462" /><p class="wp-caption-text">Jesus Franco</p></div>
<p>Franco ovviamente ci mette del suo, per chi conosce la mano del cineasta spagnolo non è difficile cogliere nel montaggio modernissimo, nell’inserimento di alcuni zoom che evidentemente sono stati girati ma mai sarebbero entrati nel montaggio di Welles, e in grandi momenti quasi psichedelici, il tocco dello zio Jess. Ma tolte queste piccole concessioni che uno <em>spettatore normale</em>, o un fan di Welles, non coglierà minimamente, il film presenta un grande lavoro certosino per cercare di restituire un immagine di quello che avrebbe dovuto essere. La vicenda è quella del romanzo di Cervantes, anche se l’ambientazione è moderna. Per cui oltre che le pecore ed i mulini a vento il <em>Don Chisciotte</em> di Welles/Franco si scaglia anche contro un motorino, “bestia malefica che ha stregato una pulzella”, contro una processione nella Siviglia degli anni ’60. Sancho si ritrova a fare la comparsa in un film di Orson Welles su <em>Don Chischiotte</em> in un infinito rimando di specchi, visto che viene a sapere della cosa dalla televisione, che lui chiama “la scatola che fa rumore e che parla del mio padrone”, e cerca di calarsi nella modernità a Pamplona, dopo essere sopravvissuto alla corsa dei tori, liberando il suo padrone e proponendo lui di cercare un missile per andare sulla luna, che sa benissimo che i missili esistono, li ha visti nella scatola del rumore che fa boom.</p>
<p>Il film è a mio parere stupendo e toccante e i due attori di una bravura incredibile, somigliano davvero alle statue dell’eroe che si vedono nella Spagna moderna. Il filiforme e altissimo<strong> Akim Tarmiroff</strong> e il Sancho di<strong> Francisco Reiguera</strong> invecchiano e ringiovaniscono da una scena all’altra. Ma passa in secondo piano di fronte alla genialità del meta cinema wellsiano che Franco porta all’ennesima potenza con suo tocco da artigiano del sottogenere e con i mezzi degli anni ’90.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Musica -Raggi di luce (Dark side of the moon)</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>una ricerca iconografica Un raggio di luce dal profondo buio si insinua, colpisce un prisma di vetro e si scompone nei colori dell’arcobaleno dando vita a mille riflessi. Un principio fisico, un effetto ottico, un idea geniale. Marzo 1973, nove mesi di sala di registrazione, una partitura complessa fino all’ inverosimile con mille sfaccettature sonore, [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p><strong>una ricerca iconografica</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://3.bp.blogspot.com/-5fLyHTwPq5c/TjWCbaiuTPI/AAAAAAAAAvs/IALeff0db4c/s1600/the+dark+side.jpg" alt="" width="384" height="384" /></p>
<p>Un raggio di luce dal profondo buio si insinua, colpisce un prisma di vetro e si scompone nei colori dell’arcobaleno dando vita a mille riflessi. Un principio fisico, un effetto ottico, un idea geniale.<br />
<strong>Marzo 1973</strong>, nove mesi di sala di registrazione, una partitura complessa fino all’ inverosimile con mille sfaccettature sonore, oltre sei mesi di test gig, ovvero esibizioni in cui veniva eseguita la partitura per intero per risolvere ogni problema per testare le reazioni del pubblico, basti pensare che venne eseguito per la prima volta al ‘Raimbow’ di Londra nel giugno del 1972.<br />
Quando la EMI decise di presentare il disco in grande stile al “Planetarium” di Londra nel febbraio del 1973 al posto dei quattro autori c’erano delle figure di cartone a grandezza naturale che da dietro una scrivania salutavano i giornalisti. “Noi avremmo voluto molto semplicemente presentare in maniera degna il missaggio quadrifonico dell’album, una tecnica che aveva dato risultati davvero sorprendenti, ma alla EMI insistettero per una conferenza stampa classica.. rispondemmo ‘ci sembra proprio una cattiva idea’ e non vi partecipammo”<br />
Il disco raggiunse velocemente la vetta delle classifiche sia in Inghilterra che negli stati uniti, e in classifica vi rimase per più di otto anni ininterrottamente vendendo uno sproposito di milioni di copie. Naturalmente avrete gia capito che stiamo parlando di</p>
<p><strong>THE DARK SIDE OF THE MOON</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.ringgi.com/PinkFloyd-Documente/WP-DarkSidePuls-600x800.jpg" alt="" width="384" height="288" /></p>
<p>Quarantadue minuti di musica che rasentano e alle volte superano la perfezione. Un concept basato sugli stress dell’uomo moderno e sulle sue paure. I Floyd arrivavano dal mezzo passo falso di Oscured by clouds, colonna sonora del film ‘La Valee’ che lasciò decisamente perplessi pubblico e critica. I tempi della psichedelia e di Syd Barret erano lontanissimi. Lontani anche i tempi di Atom heart mother e Meddle e delle suite sperimentali che tenevano tutto un lato di LP.</p>
<p>Dark side è la maturità piena, ma anche l’accessibilità al grande pubblico.<br />
Quella mitica copertina nera, un icona perfetta dell’incomunicabilità, un immagine che ti si stampa nella memoria. Ma, come vedremo più avanti, mille curiosità. Ma prima è giusto parlare un po’ del contenuto di questo masterpiece.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.hipgnosiscovers.com/images/dsotm_lp_japan_front.jpg" alt="" width="384" height="190" /></p>
<p>Il disco si apre con <em>Speak to me</em> un cacofonico intro scritto da <strong>Nick Mason</strong>. Un cuore che batte senza emozioni, soldi che tintinnano, parole e l’uomo che ride. Ma i rumori si compongono per fluire alla perfezione nell’incipit di <em>Breathe</em> melodia Floydiana fino alle ossa con un fantastico testo in cui un rarefatto Waters canta quasi in trance, percorrendo lo schema circolare del pezzo (Respira nell’ aria, non aver paura di doverti preoccupare. Parti, ma non lasciarmi&#8230;Corri coniglio corri. Scava quel buco, dimentica il sole..)<br />
Rumori e annunci aeroportuali lasciano il posto alla strumentale <em>On the run</em> unica concessione di tutto il disco alla psichedelia classica, tastierismi, vibrazioni, voci che si intrecciano e la catarsi finale di suonerie che introduce la fantastica <em>Time</em>. Lente sequenze di basso cupe percussioni e poi finalmente il canto punteggiato dalle secche distorsioni di chitarra (Sciupi e sperperi le ore in una strada fuori mano, vagolando in un pezzetto della tua città).<br />
Senza troppi preamboli si ripresenta<em> Brathe</em> per un breve reprise che magicamente da vita senza soluzione di continuità alla splendida The great gig in the sky una travolgente interpretazione vocale, la donna che riprende il suo posto nella vita dell’ uomo. Jean-Marie Leduc ha dichiarato: “Nel momento in cui il canto lirico e il gospel perdono terreno nei confronti della moderne apparecchiature elettroniche i Pink Floyd hanno restituito alla voce umana il posto che gli confà”.</p>
<p>La seconda facciata si apre con uno dei superclassici del gruppo <em>Money</em> un brano aritmico che si sposta circolarmente su un ¾ un 4/4 arrivando addirittura ad un 5/4 nelle chiusure delle strofe. Un sax stridente punteggia i momenti caldi del brano, capolavoro (Il denaro è un crimine, dividetelo equamente ma non prendete una fetta della mia torta).<br />
Un Hammond strascicato introduce <em>Us and them</em> scritta avariati anni prima per la colonna sonora del film Zabrinkie Point di Michelagelo Antonioni era conosciuta in precedenza con il titolo <em>The Violence sequence</em>. Un arrangiamento introspettivo e lineare per un brano dall’architettura sonoro molto calda. Le poche frasi di sax dell’ospite Dick Parry danno il giusto peso al brano (Noi e loro e dopotutto siamo solo individui comuni).<br />
Leslie e riverberi dell’organo di Wright assoluti protagonisti dello strumentale <em>Any colour you like</em> detta anche prima conclusione per il piglio da the end.<br />
Ma non è finita, anzi. Su una base ritmica di spazzole in controtempo esplode il tema della follia<em> Brian damage</em> brano chiave dell’album da cui viene tratto il titolo del album (I’ll see you in the dark side of the moon) e che tira le fila di tutti i temi dei precedenti brani in una sorta di overture (Il pazzo e nella mia testa tu manovri la lama e governi il cambiamento).<br />
Ed ecco alfine la vera fine <em>Eclipse</em> (che avrebbe dovuto anche essere il titolo dell’LP) un giro armonico ripetuto più volte in crescendo che porta la suite al climax, con la chiusura che riprende i temi di <em>Speak to me</em> (E tutto dovrà venire e tutto il sole è in armonia ma il sole è eclissato dalla luna)</p>
<p><strong>OTHER STORY</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.hipgnosiscovers.com/images/money_sacd_eu_promo_front.jpg" alt="" width="286" height="288" /></p>
<p>La storia narra che l&#8217;idea di utilizzare un prisma sulla copertina del LP venne durante una sere di discussioni tra i componenti della band. Waters già provato dallo stress da rock star voleva qualcosa sulla pressione della vita moderna, la pazzia dell&#8217;ambizione&#8230; e il triangolo è il simbolo dell&#8217;ambizione. Wright voleva qualcosa di più disegnato, qualcosa, come diceva lui, di più stilizzato che in passato. La parte delle luci dello show dei Floyd era il pezzo forte dell&#8217;esibizione e il prisma sembrò una buona via per mostrare tutto questo, ed essere nello stesso tempo più grafico possibile. E riguardo le piramidi: &#8220;Una larga rappresentazione del triangolo è la piramide &#8230;forse potrebbe essere stato una sorta di testamento della pazzia&#8221;.</p>
<p>Ed ecco che da una conversazione nella cucina di Wright il tastierista butta li l’idea del prisma su sfondo nero.</p>
<p>E’ nata una delle icone del rock, un icona ambita, copiata, collezionata, storpiata.</p>
<p><strong>MA ANDIAMO A CURIOSARE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.hipgnosiscovers.com/images/dsotm_cd_eu_trayinside.jpg" alt="" width="370" height="288" /></p>
<p>Partiamo da una curiosità tutta italiana, il mistero delle date sui vinili.<br />
E si in quella parte di vinile alla fine dei solchi dove solitamente viene impresso a fuoco il codice del disco gli LP italiani dei Floyd riportano una data, a volta diversa da lato a lato e un numero romano. Alla EMI non sono mai riusciti a spiegarsi il perché di tale scelta, la mia copia riporta sul lato <strong>A 12-9-73 II e sul lato B 11-9-73</strong> II, e quindi è una prima edizione del ’73, questo rende le edizioni italiani inconfondibili e abbastanza ricercate. Ma le stampe più belle e particolari sono quelle Coreane con copertina monocromatica stampata su cartone pesante e vinile grezzo e stampato male. Le copie del LP con monocromo verde o violetto sono bellissime. Ma esiste anche un edizione in bianco e nero con foto del gruppo sulla copertina. Le edizioni giapponesi invece si contraddistinguono per le OBI strisce di cartone colorato o bianco, messe sopra le copertine degli album per far si che il consumatore possa avere, solo in lingua giapponese, tutte le informazioni sul prodotto-disco. Le foto dei Floyd tratte dalle OBI sono una rarità, prese sempre nei tour promozionali del gruppo nella terra del sol-levante. Edizioni ricercatissime sono quelle dell’UHQR e i dischi della M.F.S.L. americana, sono LP detti Super Halfspeed Master, a tiratura limitata di sole 5.000 copie numerate, prodotti detti O.M.R. (Original Master Recording) stampati nel maggio del 1981 su un nuovo tipo di vinile ad alta qualità. Ricercata è anche l’edizione Svizzera della Silva. La prima edizione promozionale Argentina aveva un adesivo con la scritta “El lado oscuro della lune Pink Floyd”, e un adesivo tondo con la scritta “Convivencia sagrada” sottoetichetta della Harvest. L’edizione Australiana stampata in occasione del tour del 1988 è in vinile rosa e sulla copertina ha un adesivo che lo segnala. L’edizione del 1979, realizzata in Corea &#8220;Under license from EMI by OASIS RECORDS&#8221;, è una stampa particolare che non include le canzoni &#8220;Us &amp; Them&#8221; e &#8220;Brain Damage&#8221;. Un altra edizione coreana riporta i titoli delle canzoni in maniera errata &#8220;Brea the&#8221; e &#8220;The great giginthe sky&#8221;.<br />
La prima edizione dell’ Amiga uscita nella Germania Est sul retro porta la storia dei Floyd, il prisma è rovesciato e lo sfondo è bianco. Addirittura un edizione Giapponese della Toshiba record ha in copertina una foto live dei Floyd presa in Giappone. Un edizione per la Germania e l’Olanda è in vinile bianco. La prima edizione russa ha il prisma che tiene quasi tutta la copertina. Un edizione Spagnola in picture disc, tiratura limitata, mostra il prisma bianco con i raggi sul davanti, le piramidi sul retro, insieme ai titoli dei brani ed alle informazioni del disco, la seconda facciata finisce alla fine di &#8220;Brain Damage&#8221; e non include la canzone &#8220;Eclipse&#8221;, benché presente nei titoli, sul retro c&#8217;è anche il marchio della S.G.A.E. e il logo della EMI-Harvest.<br />
Un edizione a tiratura limitata americana è in picture disc, realizzata su una speciale copertina non apribile con aperta al centro per mostrare il picture disc, stampato nel 1978, mostra l&#8217;elettrocardiogramma su un alto e il prisma che rifrange i raggi di luce sull&#8217;altro. Ci sono addirittura delle dizioni che non si è certi esistano: BELGIO &#8211; Harvest Records, 4C 063-05249MALESIA &#8211; ???, ???, copertina non apribile, etichetta rossa PORTOGALLO &#8211; EMI/Harvest, 11C 064-05249.</p>
<p>Link: <a href="http://www.hipgnosiscovers.com/pinkfloyd/darksideofthemoon.html">galleria di versioni della copertina dal sito dello studio Hipgnosiscovers</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Musica &#8211; Abbey Road e la leggenda del Beatles morto</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 20:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Mc Cartney]]></category>
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		<category><![CDATA[William Campbell]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Il padre di questo articolo apparve sul blog Ossessioni e vuoti a rendere, quello storico di Splinder, nel 2006. Cliccatissimo per via di una delle storie più famose della storia del rock è oggi riscritto e riproposto in versione aggiornata. &#160; Si tornava a casa emozionati, nel sacchetto il grosso quadrato di cartone sottile ci [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><blockquote><p>Il padre di questo articolo apparve sul blog Ossessioni e vuoti a rendere, quello storico di Splinder, nel 2006. Cliccatissimo per via di una delle storie più famose della storia del rock è oggi riscritto e riproposto in versione aggiornata.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tornava a casa emozionati, nel sacchetto il grosso quadrato di cartone sottile ci guardava circospetto, alcuni non resistevano alla curiosità e squarciavano il cellophane sul posto, altri seguivano riti ben precisi. Sempre quelle forbici, la porta della camera chiusa, il giradischi acceso e pronto ad accogliere il grosso e nero pezzo di vinile.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 370px"><img class=" " src="http://www.dietrolequinteonline.it/wp-content/uploads/2011/06/The-Beatles-Copertina-di-Abbey-Road-1969.jpg" alt="" width="360" height="360" /><p class="wp-caption-text">La copertina di Abbey Road</p></div>
<p>Poi mentre la puntina di diamante iniziava il suo inarrestabile logorio del vinile inciso noi ci si rigirava fra le mani quel prezioso oggetto stampato e profumato di inchiostro. Studiandolo nei più piccoli dettagli. Piano piano i bordi delle copertine andavano consumandosi e i solchi di vinile pure&#8230; un buon vinile gracchiante d’annata era come un vino tenuto da parte. La comodità del CD prima e dell’mp3 poi, ha messo da parte tutti questi riti. Ma non possiamo scordarci i momenti di grande emozione provati nello studiare le copertine dei dischi.</p>
<p>E poi ci sono vinili leggendari che nascondo storie che sono diventate mitiche, che ci si racconta di appassionato in appassionato, che hanno dato origine decine di libri, trattati, film. I Beatles sono stati una delle fonti maggiori di queste leggente. Una di queste, la più famosa, è quella legata ad<em> Abbey Road</em> e al Beatles Morto.</p>
<p>Parliamo quindi dei Beatles e di <strong>Paul Mc Cartney</strong>, anzi dei Beatles e di <strong>William Campbell.</strong> E chi sarebbe costui? Semplice William Campbell è uno scozzese che stando alla leggenda prese il posto di Mc Cartney nella line up dei Beatles dopo che il mitico bassista perse la vita in un incidente la notte del 9 novembre del 1966 alle 5 del mattino schiantandosi con la sua Aston Martin e finendo completamente sfigurato. Possibile? Probabile?</p>
<p>Le voci della morte di Paul Mc Cartney cominciano a rincorrersi nel mondo dopo che nella notte del 12 settembre del 1969 <strong>Russ Gibbs</strong>, disc-Jockey della radio WKNR di Detroit, ricevette una chiamata telefonica da un ascoltatore, tale <strong>H. Alfred</strong> che si disse certo, della notizia che Paul sia deceduto e sostituito all&#8217;interno del gruppo. Gibbs decide di stare al gioco e gli chiede ulteriori informazioni mandando tutta la telefonata in diretta. Alfred a questo punto snocciola un resoconto di indizi ricavati dalle copertine dei dischi dei Beatles: <em>Sgt. Peppers</em>, <em>Magical Mystery Tour</em>, ma anche di indizi contenuti nei testi del <em>White Album</em>. Si scatena il putiferio.</p>
<p>Alla luce di questi fatti allarmanti l’attesa per l’uscita del nuovo LP diventa ancor più spasmodica. Quando finalmente viene pubblicato <em>Abbey Road</em> gli studiosi si scatenano. Già dalla prima occhiata ci si accorge che qualcosa non va. I quattro in fila attraversano le strisce pedonali. In testa <strong>John Lennon</strong>, un carismatico Gesù Cristo completamente vestito di bianco, a seguire<strong> Ringo Starr</strong> completamente vestito di nero come un becchino, in fondo <strong>George Harrison</strong> trasandato come uno scavafosse. E Paul? Sguardo assente, piedi nudi simbologia orientale di morte (erano appena tornati dall’India) e sigaretta nella mano destra quando tutti sanno che Paul è mancino. Insomma la copertina di Abbey Road sembra davvero un corteo funebre.</p>
<p>Ma l’art work del disco nasconde altri e più inquietanti indizi. A destra della foto si può vedere posteggiato un furgone della polizia, dello stesso tipo di quelli che intervengono in gravi incidenti stradali; il suo numero corrisponde al veicolo in servizio la sera del tragico 9 novembre 1966. A sinistra, invece, è collocata un Maggiolino Volkswagen bianco la targa è &#8220;28 IF&#8221;; cioè 28 se&#8230; infatti se Paul fosse stato in vita nel 1969 avrebbe avuto 28 anni. Ma anche il retro della copertina mostra seri indizi, vi e raffigurato infatti un vecchio muro di mattoni riportava la scritta Beatles: una crepa attraversava la lettera finale, la &#8220;s&#8221;, suggerendo una frattura relativa al numero dei componenti della band. Subito a destra, un gioco di ombre che se capovolto di 90 gradi rivelava la figura di un teschio. S sono casi sono assurdi, se sono indizi sono folli. Ma probabilmente conoscendo l’indole nonsense e scherzosa che caratterizzò tutta la carriera dei Fab Four quello di Abbey Road è tutto uno splendido gioco di rimandi fatto appositamente per prendersi in giro e prendere in giro i fans. Un gioco che alimentò la leggenda del Beatles morto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img src="http://www.movimentiprog.net/immagini/retrospettive/Copertina_Sgt._Pepper.jpg" alt="" width="400" height="401" /><p class="wp-caption-text">La copertina di Sgt. Pepper&#39;s</p></div>
<p>Ma facciamo un passo indietro. Gia in Sgt. Peppers compaiono indizi e allusioni riguardanti la presunta morte di Paul. Sulla copertina in basso a destra, una piccola bambola osserva una scena che potrebbe anche essere quella di una macchina che precipita in fiamme da una scogliera. Poi ci sono i 4 che sono disposti davanti una fossa con il nome Beatles scritto con i fiori e, soprattutto, davanti ad un&#8217;altra composizione di fiori gialli che sembra rappresentare un basso così come lo disporrebbe un mancino, con sole tre corde (i tre sopravvissuti?). Paul ha in mano un oboe nero, adatto a celebrazioni funebri, unico strumento non appartenente alla famiglia degli ottoni, classici strumenti da banda che, gli altri Beatles stringono in pugno. Sopra la sua testa, si leva una mano che saluta con il palmo in avanti, come per un addio, una benedizione o meglio ancora che si riallaccia di nuovo alla simbologia orientale del gesto che sta ad indicare la dipartita di qualcuno. Nella foto all&#8217;interno dell&#8217;album, Mc Cartney è seduto nella posizione funebre usata in India e porta al braccio una mostrina con la sigla &#8220;O.P.D&#8221;, acronimo che sta per &#8220;Official Pronounced Dead&#8221; (&#8220;Dichiarato ufficialmente morto&#8221;). Sul retro della copertina, infine, Paul è l&#8217;unico a girare le spalle mentre George indica una frase della canzone She&#8217;s Leaving Home che dice: mercoledì mattina alle 5, li fatidico 9 novembre era per l&#8217;appunto un mercoledì!</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 350px"><img class=" " src="http://www.theweirdfishes.com/wp-content/uploads/2011/10/the_beatles-magical_mystery_tour-frontal.jpg" alt="" width="340" height="339" /><p class="wp-caption-text">La copertina di Magical Mystery Tour</p></div>
<p>Nel libretto interno di Magical Mystery Tour, altre mani alzate sopra la testa del sosia in un altra foto Paul siede dietro la scritta &#8220;I WAS&#8221;, &#8220;ero&#8221;. Ancora una volta Paul è senza scarpe che appaiano vicino alla batteria di Ringo che porta la scritta &#8220;Love 3 Beatles&#8221;. In un altra foto c&#8217;è una sola persona con un inequivocabile garofano nero. E sulla copertina c&#8217;è un solo animale neri, un tricheco, simbolo di morte in Scandinavia.</p>
<p>La leggenda della morte di Paul Mc Cartney ha ispirato addirittura un film. Paul is dead opera prima del tedesco Hendrik Handloegten, presentato nel 2005 al film festival di Torino. La trama: nell&#8217;estate del 1980, in una piccola città della Germania Ovest, Tobias, un ragazzino di dodici anni, sogna di formare una band ispirata al suo gruppo preferito, i Beatles, ma a questo punto nella città appare un uomo misterioso che si aggira per le strade alla guida di un Maggiolino bianco la cui targa è LMW28IF. Quella è proprio la macchina della copertina di Abbey Road. Un altro film si è soffermato sulle leggende riguardanti i Fab Four El factor Pilgrim, realizzata a Londra dagli spagnoli Santi Amodeo e Alberto Rodriguez, è incentrato su un&#8217;altra ipotesi fantastica, secondo cui l&#8217;autore dei testi dei Beatles e del loro successo planetario sarebbe un perfetto sconosciuto, tale David Pilgrim.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 360px"><img class=" " src="http://digilander.libero.it/p_truth/the_truth/faul_paul_eye_distance_comparison.jpg" alt="" width="350" height="245" /><p class="wp-caption-text">La comparazione tra le foto degli anni 60 e 80</p></div>
<p>Ma è sopratutto nel mondo musicale che la copertina di Abbey Road ha ricevuto svariati tributi.</p>
<p>Due su tutti. Quelli degli Oasis e dei Red Hot Chili Peppers. La copertina di Be Here Now degli Oasis è tutto un tributo ai Beatles, basti dire che la targa della Rolls Royce bianca che si inabissa nella piscina è identica a quella del maggiolino di Abbey Road. A questo riguardo Noel Gallagher ha dichiarato: &#8220;Non ci sono significati profondi, sono tutte cose messe più o meno a caso, l&#8217;unica furbata è stata quella della targa della macchina, il resto sono solo elementi che ci sono venuti in mente così&#8221;. I Red Hot dal canto loro hanno replicato la copertina di Abbey Road sul loro mini LP Abbey Road EP solo che la processione funebre loro la fanno completamente nudi&#8230;</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 422px"><img class="   " src="http://www.metallized.it/public/articoli/12pailislive.jpg" alt="" width="412" height="412" /><p class="wp-caption-text">La copertina di Paul is alive</p></div>
<p>Paul Mc Cartney stesso qualche anno fa cercò di porre fine alla leggenda riguardante la sua morte. Sempre in maniera criptata naturalmente. Nell&#8217;album &#8220;Off The Ground&#8221; del 1993 la copertina sfoggia i piedi nudi penzolanti dal cielo di tutti i musicisti coinvolti nel disco. Un po’ come dire tutti morti tutti vivi. Lo stesso anno, Mc Cartney presentò l&#8217;album dal vivo dall&#8217;emblematico titolo &#8220;Paul Is Live&#8221;, un gioco di parole per dire &#8220;Paul suona dal vivo&#8221; o, contorcendo il più corretto &#8220;Paul is Alive&#8221;, &#8220;Paul è vivo&#8221;. Sulla copertina del live Paul appare fotografato sulle stesse mitiche strisce pedonali di Abbey Road sorridente e con un cagnolino al guinzaglio, come a dire sono un distinto signore vecchio  ricco e felice, il gioco è finito.</p>
<p>Ad un certo punto ci si misero degli scienziati a cercare di mettere la parola fine definitiva alla leggenda. Nel 2009 la rivista Wired incaricò l’informatico Francesco Gavazzeni e il medico legale Gabriella Carlesi di mettere la parola fine al giallo. Due esperti veri, basti pensare che i 2 hanno collaborato alle indagini sul mostro di Firenze, a quelle sull’attentato a Giovanni Paolo II e a quelle sull’omicidio di Ilaria Alpi.</p>
<p>La strada scelta dai due fu semplice: applicare le moderne tecniche medico-forensi di comparazione biometrica a gruppi di fotografie che ritraggono Paul McCartney dalla prima metà degli anni ‘60 ai giorni nostri. Un caso semplice. Una sera al pc e via, smontata la legenda. Ed invece a sorpresa esce che i confronti biometrici su conformazione del cranio, curva mandibolare, padiglioni auricolari, dettagli di dentatura e palato hanno delle differenze che non permettono di dire con certezza che non si tratti di due persone diverse. La ricerca quindi ha rilanciato il giallo tanto che in questi ultimi anni sono stati scritti almeno altri 3 volumi sulla leggenda.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Arte &#8211; Lo sfuggente linguaggio della body-art</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 18:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Un&#8217;opera d&#8217;arte per funzionare, per essere ricordata, per perpetrarsi, per deve lasciare il segno. E&#8217; decisamente un postulato banale e scontato, ma è un&#8217;affermazione dietro cui si possono nascondere un milione di ragionamenti diversi,ma sopratutto un punto di partenza dietro cui possono diramarsi decine di strade che portano a luoghi disparati. Se ti gira la [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Un&#8217;opera d&#8217;arte per funzionare, per essere ricordata, per perpetrarsi, per deve lasciare il segno. E&#8217; decisamente un postulato banale e scontato, ma è un&#8217;affermazione dietro cui si possono nascondere un milione di ragionamenti diversi,ma sopratutto un punto di partenza dietro cui possono diramarsi decine di strade che portano a luoghi disparati. Se ti gira la testa davanti ad un quadro, se ti commuovi fino alle lacrime guardando un film, se ti metti a cantare ascoltando una canzone, sono tutti segni dell’arte lasciati nel tuo corpo. Certo: segni invisibili. Null&#8217;altro che stimoli sensoriali che vanno a strizzare aree dell&#8217;anima, della personalità, della sensibilità artistica che magari non sospettiamo neppure di avere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 413px"><img class=" " src="http://25.media.tumblr.com/tumblr_ktt4yvWkGi1qa5h7no1_500.jpg" alt="" width="403" height="336" /><p class="wp-caption-text">Marina Abramovic</p></div>
<p><strong>Ma c&#8217;è una forma d&#8217;arte che può lasciare anche segni ben visibili</strong></p>
<p>La body art il 90 per cento delle volte lascia segni indelebili, in chi la guarda e subisce ma prima di tutto sul corpo dell’artista che la pratica. Si perchè la body art non è un estensione materiale della carne dell&#8217;artista ma la carne dell&#8217;artista che si fa materiale artistico. E allora ecco: cicatrici, menomazioni, mutilazioni in casi davvero estremi la morte. Il corpo diventa antiestetico, anaplastico, displasico. I Surrealisti dicevano che l’arte nasce dalla ragione dormiente, la body art ne è la dimostrazione.</p>
<p>Al posto della ragione, filtro attraverso il quale tutti cercano di dare un percorso alla propria vita, e quindi gli artisti un orizzonte alla propria arte, prendono potere gli istinti e le condizioni umane. <strong>Francesca Alfano Miglietti</strong> scrive che: “<em>nella body art e in tutte le performance il sesso, la malattia, i desideri, le oppressioni, il dolore, la nevrosi, agiscono sui corpi lasciandovi i suoi segni</em>”, insomma solamente, o addirtittura, un carnaio di segni, come diceva Foucault.</p>
<p>Una visuale bidimensionale potrebbe suggeririci che forse la body art è semplicemente la ribellione del “solo corpo” ad una società dove tutto pare possibile, una società dove l’immagine paradigmatica e pulita delle espressioni artistiche da puro intrattenimento, da gran bollito commerciale, rimbalza in mille media: radio, tv, fotografia, internet, videogame.</p>
<p>Ci si trova allora a leggere un infinito recircolo dell&#8217;immagine immaginata dell&#8217;espressione umana che alla fine è pur sempre un rimbalzo contro le arti classiche come pittura e letteratura. Arti che invece vengono aborrite dalla body-art. Un allontanarsi dalla forma classica di espressione che, prendendo a prestito gli stilemi del manifesto del Futurismo pubbilicato su <em>Le Figaro</em> da <strong>Tommaso Marinetti</strong> il 20 febbraio del 1909, potrebbe designare a questa forma d&#8217;arte estrema la “consapevolezza totale dell’uomo come artista”, un&#8217;idea in fondo sostenuta anche dal sociologo <strong>Marshall McLuhan</strong>, o da <strong>Lea Vergine</strong> che che indicava la strada nella “perdita d’identità, il rifiuto del prevalere del senso della realtà sulla sfera emozionale”.<strong></strong></p>
<p>Di sicuro nella body art viene definitivamente rescissa e successivamente uccisa la prospettiva dell’artista. Un sacrificio nel sensp più crudo del termine. Pensiamo solo che quando vediamo un quadro, un film, una scultura, siamo posti di fronte a cio che ha prodotto l’immaginario dell&#8217;esecutore dell&#8217;opera. Nella body art no, siamo noi a dovere immaginare il risultato finale messi di fronte al corpo stesso dell’artista che si fa soggetto e anche oggetto del&#8217;arte diventando un tutt&#8217;uno con essa. Niente immaginari. Si salta a pie pari il problema che Freud appuntava in <em>L’Io e l’Es</em> del 1922 quando scriveva che: “il pensare per immagini è dunque un modo assai incompleto di divenire cosciente”.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class=" " src="http://temis.blog.tiscali.it/files/2011/11/Andres-Serrano18.jpg" alt="" width="400" height="332" /><p class="wp-caption-text">Una foto della serie The Mourge di Andreas Serrano</p></div>
<p>Niente immagini da rimuginare e analizzare con calma per farne in un momento successivo bagaglio culturale ma bensì, violentemente, la realtà spiattellata in faccia con crudezza estrema. La realtà incernierata innanzitutto di un corpo che è stato portato lontano dalle sue funzionalità imposte, quelle biologiche per cui è progettato (dall&#8217;evoluzione o da Dio poco importa). Un corpo che viene teatralizzato dal sangue, il sangue l&#8217;elemento più pornografico che esista, una cosa da nascondere più del sesso, più dell&#8217;involucro che lo contiene. La vera parte dell&#8217;arte che non è sostenibile, diviso dal mondo dal sottile strato dell&#8217;epidermide che lo tiene conservato e nascosto. Ma quando esce ha potenza estrema, così come dimostra la teatralità della cinematografia splatter.  Prodotto postmoderno delle pratiche culturali sfuggenti, frammentate, decanonizzate, sconsacrate ma che abbisognano di elementi precisi per esistere: tempo spazio, corpo dell’artista e presenza del pubblico che è elemento fondante della body art. Senza pubblico la body art non potrebbe esistere, sarebbe soltando una probabile patologia dell&#8217;artista che solitario infierisce sul suo corpo, al contrario di tutte le altre arti che nascono in primis, o in origine, come espressione personale del pensiero, la body art è esibizionistica.</p>
<p>Le imposizioni culturali, religiose e sociali spingono, come sottolinea lo storico dell’arte <strong>Ernst Gombrich,</strong> a farci considerare questi artisti solo dei folli, delle persone che hanno fatto saltare gli schemi mentali del quieto vivere, della società civile. Per andare oltre questa codifica imposta dalla società serve, secondo Gombrich una:  “concezione evoluzionistica della mente”. E’ ancora Gombrich a darci la chiave di lettura definitiva: “non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti”.In vero questa è una definizione di un estremismo allarmante. Rendendola assoulta potremmo provarci di qualsiasi icona o idolo. E&#8217; come se ci venisse detto che la body art è arte iconoclasta, che detto così può apparire come puro controsenso. Ma alla fine, anche senza essere così estremisti si può condividere la divisione del fare artistico che prova a codificare la studiosa <strong>Adalgisa Lugli</strong> quando scrive che la polarità artistica può essere: “quella del rappresentare o quella del fare”.  Se per centinaia di anni l’arte è stata rappresentare, e per il 90 per cento lo è ancora e lo sarà, la body art ha portato a galla la polarità del fare, con il corpo dell’artista che si fa opera.</p>
<p>Insomma una rivoluzione epocale che fa si che in un colpo solovenga prodotto un unicum del pensiero di centinaia di anni di storia e filosofia. Un solo contenitore dove possono confluire il pensiero di Espressionisti, Cubisti, Astrattisti, Metafisici, Dadaisti e Surrealisti. Tutta gente che ha cercato di mettere su supporto fisico una cosa irrealizzabile. L’unico supporto possibile alla luce di questi ragionamento è il corpo. Solo che, come analizza la critica d’arte de <em>Il Sole 24 ore</em> <strong>Angela Vettese</strong>, &#8220;la body art deperisce nel tempo&#8221;.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 433px"><img class=" " src="http://www.teknemedia.net/esposizioni/img_43622a808e262.jpg" alt="" width="423" height="283" /><p class="wp-caption-text">Gina Pane</p></div>
<p>E allora che forma d&#8217;arte rivoluzionarea è una espressione che per sussistere e per farsi conoscere, anche se con una spinta emotiva limitata dal mezzo, ha bisogno alla fine di affidarsi di nuovo alle arti classiche che essa ha cercato con virulenza di scardinare? Se non ci fossero a disposizione le fotografie, il cinema, la letteratura, anche questo articolo, la body art non esisterebbe. Chi saprebbe qualcosa delle perfomance di <a href="http://emamandelli.altervista.org/bodyart-gina-pane-la-poetica-del-sangue/"><strong>Gina Pane</strong></a>, di <a href="http://emamandelli.altervista.org/bodyart-rosso-su-bianco-la-poetica-di-franko-b/"><strong>Franko B</strong></a>, di <strong>Marina Abramovic</strong>, se non fossero state fotografate e filmate, raccontate ed analizzate? Solo chi ha assisitito. Sarebbe un arte orale, che si tramanda nei racconti. Allora per forza di cose la body art deve cannibalizzare le altre arti per perpetrarsi e non scomparire una volta terminata la performance, una volta che il corpo dell’artista torna ad essere privato.</p>
<p>Il connubio perfetto allora è forse quello di <strong>Andreas Serrano</strong>? Lui non è un artista di body art ma un fotografo, i modelli della serie <em>The mourge </em>non sono artisti della body art ma cadaveri in un obitorio. Il mezzo che utilizza non è ascrivibile alla body art, è una macchina fotografica, eppure come si fa a non ascrivere alla body art queste immagini? Oppure la perfezione è quella di<em></em> <a href="http://emamandelli.altervista.org/bodyart-orlan-sfigurarsi-con-larte-carnale/"><strong>Orlan</strong></a> che si è inventata l’arte carnale facendo diventare un&#8217;operazione chirurgica una performance ed il suo corpo permanentemente installazione superando così la problematica dell’ineluttabilità della scadenza della body art?</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 381px"><img class="  " src="http://rancinan.com/PICTURES/Pictures_-_RANCINAN/PICTURE_39_-_RANCINAN_files/franko_b_1-filtered.jpg" alt="" width="371" height="378" /><p class="wp-caption-text">Franko B</p></div>
<p>Non ho di certo risposta e di certo la blasfemia della body art è ancora ben distante dall&#8217;essere del tutto compresa. Probabilmente è ancora a livello altamente carbonaro. Anche se la performance basata sull&#8217;immobilità di<strong> Marina Abramovic</strong>, che per mesi è rimasta seduta immobile alla merce delle violenza degli sguardi dei vivitatori del Moma di New York, in diretta streamnig in tutto il mondo sulla rete, ha spostato un&#8217;altra volta di un passo in la quello che questa estrema e sfuggente forma d&#8217;arte può dare e dire. O forse la parola definitica l&#8217;ha detta <strong>Pippa Bacca</strong> che per una perfomance artistica è stata barbaramente assassinata?</p>
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<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinema &#8211; Emanuelle nera, quando una lettera fa la differenza</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 18:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Nel 1967 esce il romanzo Emmanuelle. Lo firma Emmanuelle Arsan, moglie di un diplomatico francese di nome Louis-Jacques Rollet-Andriane. La storia è patinatissima e racconta di una diciannovenne moglie… di un diplomatico francese. Siamo agli esordi del binomio erotismo – esotismo. E soprattutto in piena rivoluzione e liberazione sessuale. La trama, infatti, racconta della vita [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Nel 1967 esce il romanzo<em> Emmanuelle</em>. Lo firma <strong>Emmanuelle Arsan</strong>, moglie di un diplomatico francese di nome <strong>Louis-Jacques Rollet-Andriane</strong>. La storia è patinatissima e racconta di una diciannovenne moglie… di un diplomatico francese. Siamo agli esordi del binomio erotismo – esotismo. E soprattutto in piena rivoluzione e liberazione sessuale. La trama, infatti, racconta della vita sessuale spregiudicata e libera della protagonista. Un manifesto femminile. Peccato che, si scoprirà poi, il libro fu scritto dal marito della donna.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 399px"><img class="  " src="http://max-pix.com/data/media/1583/1.jpg" alt="" width="389" height="553" /><p class="wp-caption-text">Sylvia Kristel nella foto icona della Emmanuelle originale</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un personaggio di tale portata non poteva che approdare nel mondo del cinema. Ci mette anche un tempo piuttosto lungo ad arrivare in sala. L’esordio su grande schermo arriva solo nel 1973. Il film si intitola semplicemente <em>Emmanuelle</em>, è firmato da<strong> Just Jaeckin</strong> e ci consegna una icona sexy degli anni ’70, quella di <strong>Sylvia Kristel</strong>. Un successo che vale 10 anni di programmazione in una sala parigina. Nel film, così come era stato per il libro, nulla di troppo spinto. Porno soft, o addirittura erotismo patinato. Non scordiamoci che il 1972 era stato l’anno di<em> Gola profonda</em> e dell’hardcore su grande schermo e liberato. Ma la potenza della visuale femminile fa di Emmanuelle una icona dalla carica esplosiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ovvimente quindi, come per ogni brand che si rispetti, il marchio di Emmanuelle, visto il successo, viene spremuto fino all’osso. Sono ben 33 i film “originali” che si susseguono dal 1973 al 2004, anno dell’ultima apparizione della Emmanuelle nata dalla penna della Arsan. La Kristel interpreta i primi tre episodi. Dal quarto, con come pretesto una ridicola operazione chirurgica, scompare per lasciare il posto a <strong>Mia Nygren</strong>. La serie originale, come detto, prospera fino al 2004 ma se la passa davvero male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 400px"><img class="  " src="http://www.cinemovies.fr/images/data/photos/8972/emmanuelle-4-1984-8972-1251912570.jpg" alt="" width="390" height="572" /><p class="wp-caption-text">Mia Nygren seconda e decisamente meno affascinante Emmanuelle</p></div>
<p>La numerazione della serie viene cambiata più volte. La serie degli anni ’70 si conclude con<em> Emmanuelle 6</em> nel 1988. Una seconda serie inizia nel 1992 con il film<em> Emmanuelle forever</em>. Sette pellicole per la tv in due anni prodotte da <strong>Alain Siritzky</strong> che convince la Kristel a tornare sul set nei panni della matura protagonista della prima serie, e le affianca<strong> Marcela Walerstein</strong> nella parte di Emmanuelle giovane. Siritzky, detentore del marchio, tra il 1994 e il 2000 realizza altri 8 film di ambientazione fantascientifica, il primo era intitolato <em>Emmanuelle, Queen of Galaxy</em>, con <strong>Krista Allen</strong> nella parte di Emmanuelle. Non li fila nessuno. Ma visto che ha il marchio il produttore ci riprova con la serie <em>Emmanuelle 2000</em>, altri 8 film con<strong> Holly Sampson</strong>. Ad oggi l’ultimo film originale è il delirante <em>Emmanuelle the Private Collection: Emmanuelle vs. Dracula del 2004.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong> M la lettera che fa la differenza</strong></p>
<p>Ma torniamo al 1975. Perché come da tradizione del cinema di genere italiano arriva al volo l’apocrifo. Anzi la serie apocrifa originale e la serie apocrifa della serie apocrifa. E per assurdo, primo film originale a parte, la serie apocrifa italiana ha avuto molto più successo della serie originale diventando un prodotto a se stante, padre di una discendenza che è proseguita per anni. Ma il primo problema era: come aggirare il problema di un brand registrato? Semplice.<strong> La protagonista perde una consonante, e si trasforma in Emanuelle</strong> mutando da candida ragazza della Parigi bene nella panterona nera fotoreporter italo/indonesiana interpretata da<strong> Laura Gemser</strong>. Quindi il primo film della serie apocrifa si intitola <em>Emanuelle nera</em>, ed è firmato da <strong>Albert Thomas</strong>, ovvero <strong>Adalberto Albertini</strong>. Girato a cavallo tra Nairobi e Roma vede da subito l’abitudine tutta anni ’70 di inserire scene hard per i mercati del porno. Infatti la serie se da una parte lancia la Gemser come eroina liberata, scopre e lancia anche la prima vera diva del porno italiano <strong>Marina Frajese</strong>, poi <strong>Marina Lotar</strong>. Ma questo è un altro discorso che meriterebbe un approfondimento a se stante. Di certo possiamo dire che la Gemser non ha mai girato scene hard.</p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 314px"><img src="http://www.clublez.com/movies/lesbian_movie_scenes/actresses/l/laura_gemser/laura_gemser_02.jpg" alt="" width="304" height="400" /><p class="wp-caption-text">Via una M ed Emanuelle si fa nera con Laura Gesmer</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poco meno di sei mesi dopo esce <em>Emanuelle nera 2</em>, stesso regista ma diversa protagonista, la sconosciuta e decisamente meno affascinante<strong> Shulamith Lasri</strong>. Siamo già all’apocrifo dell’apocrifo perché nel frattempo<strong> Joe d’Amato, alias Aristide Massaccesi</strong>, si è accaparrato in esclusiva la Gemser e quasi contemporaneamente fa uscire <em>Emanuelle nera &#8211; Orient Reportage</em>. Erotismo ed esotismo proseguono a braccetto, il set è Bangkok. Il pezzo forte del film sono le scene lesbo soft patinate all’aperto nei paesaggi esotici. Lo slogan del film è <em>She Hotter Than Ever</em>, più calda che mai. E mentre Massacesi batte il ferro arrivano altri apocrifi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1977 escono ben 5 film dedicati alla Emanuelle nera. Tre originali: <em>Emanuelle in America, Emanuelle: perché violenza alle donne?</em> ed <em>Emanuelle e gli ultimi cannibali.</em> Film che inevitabilmente fanno sposare alla serie filoni che stavano nascendo ed imponendosi nel periodo: nazisploitation e cannibalico. Ma nel 1977 escono anche i due altri apocrifi. Il primo è<em> Suor Emanuelle</em> di <strong>Joseph Warren, alias Giuseppe Vari</strong>. Film non ufficiale ma che vede lo stesso la Gemser come protagonista. Qui si incrocia un altro filone d’oro del periodo: il nunsploitation, ovvero il sexy con suore protagoniste (di cui lo spagnolo Jess Franco è maestro. Vedi ad esempio <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-jess-franco-suore-streghe-e-inquisitori-le-demone/"><em>La Demone</em></a> o anche <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-monache-morbose-jess-franco-part-1/"><em>Confessioni proibite di una monaca adolescente</em></a>). Ma nel 1977 esce anche il primo <em>Le notti porno del mondo</em> di <strong>Jimmy Matheus</strong>, ovvero<a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-bruno-mattei-artigiano-del-sottogenere/"><strong> Bruno Mattei</strong></a>, colui che erediterà il brand ufficiale di Emanuelle nera dopo l’ultimo film firmato da Joe d’Amato/ Aristide Massaccesi, <em>La via della prostituzione</em> del 1978.</p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class=" " src="http://www.magnetikmoments.com/wp-content/uploads/2010/05/31.png" alt="" width="400" height="294" /><p class="wp-caption-text">Shulamith Lasri la anonima Emanuelle bi apocrifa</p></div>
<p>Mattei subentra nel 1982 con <em>Violenza in un carcere femminile</em>, non poteva mancare una contaminazione di Emanuelle nera con il <strong>wip</strong>, il women in prison, e termina la serie nel 1983 con <em>Blade Violent &#8211; I violenti</em>. Il primo lo firmò col suo pseudonimo più famoso, <strong>Vincent Dawn</strong>, quello nato per <em>Virus</em> e che porta in se il tributo agli zombi di Romero. Come slogan di lancio aveva lo strillo: <em>esperienze sessuali traumatizzanti in un clima di allucinante degradazione</em>, e già dallo slogan si capisce che lo spirito iniziale della serie è andato perso a favore di una visuale molto più cruda. Si avvicina molto ai<a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-wip-alla-jess-franco-greta-la-donna-bestia/"> wip firmati da Jess Franco</a> all’epoca e lascia indietro molto dell’esotismo dei primi tre film di D’Amato. Il secondo è firmato come <strong>Gilbert Roussel</strong> ed è in realtà una co-regia col sodale di sempre<strong> Claudio Fragasso</strong>. Il film cita esplicitamente<em> Il Cacciatore</em> di Cimmino ed ispira nelle scene di rivolta in carcere <em>Natural born killer</em> di Stone. Lo spirito esotico del film iniziale della serie, che la leggenda vuole adorato dal critico cinematografico del New York Times, che avrebbe scritto: “<em>Girato con vera maestria, anche le scene più erotiche assumono un notevole valore artistico</em>”, ma la cosa è riportata da <em>Stracult</em> di <strong>Marco Giusti</strong> con un certo sarcasmo e sa di falso, è definitivamente e completamente perso. La Gemser nel film quasi non sfodera il suo leggendario sorriso e appare molto invecchiata e incupita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I primi tre film della serie, anche se spesso massacrati dai tagli, passano spesso in televisione (anche se sempre ad orari assurdi). Un paio di anni fa passarono tipo alle 5 del mattino su Italia 1 con il risultato che le scene in cui Emanuelle scopre i filmati snuff in<em> Emanuelle in America</em>, il più crudo dei primi, passarono alle 7 del mattino a 10 minuti da via dei cartoni animati prescuola. Un film, quest’ultimo che alla sua uscita fu sequestrato su ordine del Tribunale di Avellino con la motivazione: “<em>pellicola offensiva del comune senso del pudore</em>”, e si sa che in quegli anni il sequestro da parte di un tribunale della pellicola era marchio di sicuro successo e attenzione morbosa. Sorvolando sui casi che tutti conosciamo si veda quello che successe con <em>Cannibal Holocaust</em> di <strong>Ruggero Deodato</strong>. E’ di certo il più feroce della serie, esclusi naturalmente i due di Mattei. Secondo la rivista Nocturno il primo era invece: “<em>un film che si rivede volentieri, con una punta di nostalgia per quegli anni in cui ci si era illusi che la rivoluzione sessuale fosse a portata di mano. Le cose, invece, sono andate diversamente</em>”. Di certo c’è da rilevare che il film alla sua uscita nel 1975 incassò 804 milioni di lire. Un successo enorme che in tutta la storia dell’eroina dalla scopata facile, che sia bianca o nera, è secondo solo al primo originale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class=" " src="http://wipfilms.net/wp-content/uploads/Posters/Black%20Emanuelle,%20White%20Emanuelle%201976.jpg" alt="" width="400" height="574" /><p class="wp-caption-text">Clamororso falso, non sono le due attrici del film</p></div>
<p>E a proposito di bianco e nero, ma anche giallo. Ci sono un altro paio di apocrifi da citare. <em>Emanuelle bianca e nera</em>, 1976 di<strong> Mario Pinzauti</strong>. Film che cita entrambe le serie con <strong>Marisa Longo e Rita Manna</strong> nella parte delle due Emanuelle. Una trama demenziale ambientata in Louisiana ai tempi della schiavitù. Ecco la trama come la riporta Wikipedia:</p>
<blockquote><p>“Emanuelle e Lawrence, figli di due famiglie che posseggono delle piantagioni, si incontrano e si innamorano. Dopo un iniziale idillio, Emanuelle inizia a trattare sempre più male gli schiavi, mentre Lawrence si innamora della cameriera di Emanuelle, una ragazza di colore di nome Judith Emanuelle. Quando Emanuelle scopre la relazione tra Judith e Lawrence, mette in atto una vendetta cercando di far uccidere il giovane. Lawrence, per difendersi, uccide due dipendenti della piantagione. Alla fine Emanuelle viene uccisa da coloro che davano la caccia alla coppia Judith-Lawrence&#8221;</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma si cercò anche di cinesizzare il successo. Nel 1977 il già citato Adalberto Albertini, che ricorderete era il padre della serie apocrifa e anche della serie apocrifa dell’apocrifa, firmò un primo capitolo di una serie che non partì mai: <em>Yellow Emanuelle</em>, conosciuto anche come <em>Il mondo dei sensi di Emy Wong</em>, con l’attrice cinese<strong> Chai Lee</strong> (curiosità Emy Wong sarà poi il nome di un personaggio di<em> Futurama</em>) già apparsa nel film<em> Ming, ragazzi!</em> di <strong>Anthony M. Dawson, ovvero Antonio Margheriti</strong>. Una che dopo si reciclò niente meno che tra il Benny Hill Show, Spazio 1999 e il Muppet Show. Certo che fare suicidare la protagonista alla fine del primo film non era una grande idea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class=" " src="http://www.wearysloth.com/Gallery/ActorsL/21489-6582.jpg" alt="" width="400" height="320" /><p class="wp-caption-text">Chai Lee, la Emanuelle gialla... non ci siamo</p></div>
<p>Lo spazio delle considerazioni potrebbe a questo punto essere ben più vasto della ricostruzione storica. Senza troppo dilungarsi qualche appunto va fatto di certo. Soprattutto per quello che riguarda la “maestria” del cinema di genere, soprattutto quello italiano, di appropriarsi di idee di successo e trasformarle in altro, alle volte creando prodotti che possono vivere poi di vita propria. Piccoli artigiani del cinema che avrebbero potuto essere maestri e che hanno scelto altre strade.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Racconti &#8211; Sensualità e traduzioni</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 13:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[senso]]></category>
		<category><![CDATA[sensualiità]]></category>
		<category><![CDATA[traduttrice]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Prendi ad esempio la parola senso. In che senso scusa? Avevo un sesto senso nell’infilarmi nelle discussioni a senso unico. Forse gli facevo senso, a me un senso invece lo aveva risvegliato con quel sottile profumo che non riuscivo ad afferrare fino in fondo, di cui non afferravo il senso. Si, si la parola senso. [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p><img class="aligncenter" src="http://www.chinesetranslationpro.com/images/chinese-english-interpreter-girl.jpg" alt="" width="337" height="426" /></p>
<p>Prendi ad esempio la parola senso. In che senso scusa? Avevo un sesto senso nell’infilarmi nelle discussioni a senso unico. Forse gli facevo senso, a me un senso invece lo aveva risvegliato con quel sottile profumo che non riuscivo ad afferrare fino in fondo, di cui non afferravo il senso.</p>
<p>Si, si la parola senso. In inglese ha seimila traduzioni: sense, direction, humor, meaning, purport, point. Ma non aveva davvero senso continuare su questa strada. Sarei sempre uscito sconfitto. “La prima volta mi è capitato traducendo la parola senso. Non sapevo davvero che senso il mio interlocutore stava dando alla parola, dovevo interpretare al volo. Questo mi emozionò”. “Certo che a tradurre caffettiera, armadio, scarafaggio, tegola, non avresti avuto nessuna difficoltà”, “no, no tegola potrebbe dare delle difficoltà. Intendi tegola in senso fisico o una grana?”, “si va bene anche grana, grana grossa o grana padano?”, non ero un umorista sarebbe stato meglio stroncare subito la conversazione a base di doppi sensi. Io che metto i puntini di sospensione come interpunzione e che potrebbero lasciare in sospeso un sacco di cose.</p>
<p>Poi aveva detto, scandendo bene le parole, “io sono solo un extraterrestre a cui piace osservare le cose dall’esterno”, i suoi occhi azzurri avevano per un attimo scintillato. Fosse stato un film di fantascienza di serie B adesso ci sarebbe stato un flashback sulla specie a cui Alessandra apparteneva in realtà. Ma la fredda mattinata della città giocattolo e il ghiaccio nel bicchiere dell’aperitivo dicevano chiaramente che questo non era un film di fantascienza.</p>
<p>A qualche strana specie doveva però appartenere. Le sue non erano domande consuete ma taglienti interrogativi, “io passo la vita ad ascoltare le persone e voglio che dicano cose interessanti ed istruttive”, in effetti la prima porzione della mattinata era passata in uno dei miei deliranti monologhi. Oltre che non umorista non sono neppure estremamente sicuro di me, tendo a cercare di dimostrare che l’interlocutore non sta perdendo tempo passando del tempo con me.</p>
<p>Oddio tempo, ecco un&#8217;altra parola che avrebbe potuto mettere un granello di sabbia nella traslazione. Che il traslare da una lingua all’altra sia una scienza è indubbio, magari imperfetta, come il traslare da un monologo ad un discorso. “Traduco spesso la lingua dei gesti”, che Alessandra amasse il suo lavoro e il suo significato era evidente. Spiegando la connaturata vicinanza tra parole e gesti scriveva segni ben precisi nell’aria, tutto al contrario dei miei scomposti e spesso goffi.</p>
<p>Specie affascinante quella di Alessandra, “la prossima volta che passo in zona magari ceniamo assieme. Ma non farti speranze, solo una cena che sfami anche la mia curiosità verso una persona. So che qui se una donna invita a cena un uomo si pensa subito ad altro”, stavolta ero preparato, “guarda sono abituato a confessare il desiderio, anche se non porta a nulla”, ho imparato a farlo da tempo immemore ma forse la frase era suonata come quella di un delicato gioco di apparenze. Gaber avrebbe detto una casellina da riempire, o forse confondo monologo?</p>
<p>Certo in qualche modo il senso, anzi i sensi per uscire dal paradosso multi significato della parola senso, erano stati colpiti. Ero contento di essere uscito a fare due passi nella città giocattolo quella mattina, di essere uscito senza cuffiette nelle orecchie che quando non ho da cercare notizie dalla vita cittadina mi estraneo.</p>
<p>Certo in altri tempi magari ci si sarebbe scambiati gli indirizzi e magari sarebbe nata un epistole da romanzo. Adesso invece sono i tempi di Facebook e tre ore dopo Alessandra la traduttrice con gli occhi trasparenti era già aggiunta, add on dicono gli inglesi, all’infernale macchina del Social network. E meno di dieci minuti dopo mi affrettavo a spiegare che i puntini di sospensione dopo il si può fare, di risposta ad un suo invito ad un aperitivo, non erano una allusione all’invito, un non detto per dire: comunque stamattina scherzavo e poi ci proverò in maniera metodica.</p>
<p>Nello spiegare avrei potuto infilarmi in un vicolo cieco. Era una traduttrice un po’psicologa e un po’ marziana Alessandra? Certo che, mi veniva da pensare, in questo mondo orwelliano non è più possibile neppure idealizzare e scrivere una canzone o un racconto che dica il contrario della realtà.</p>
<p>Era rimasto solo il profumo. Cercai di ricordarmi quello che per un attimo mi aveva distratto in mattinata mentre parlavo con Alessandra ma la tazza di caffè freddo e avanzato e il bicchiere della spremuta spazzavano via con i loro odori consueti anche questo esercizio di immaginazione. Come si tradurrà immaginazione nel linguaggio di Alessandra?</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinema &#8211; Almodovar sdogana i mad doctor</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 15:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[bruno mattei]]></category>
		<category><![CDATA[jess franco]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>La cinematografia di serie A si è accorta della sua figura solamente in questi mesi, grazie all’ultimo lavoro del cineasta spagnolo Pedro Almodovar. Parliamo di una delle figure più sfruttate dalla cinematografia di genere: quella del Mad Doctor, il dottore pazzo. &#160; L’incanutito e spettacolare Antonio Banderas ha portato anche sugli schermi delle multisale, con [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>La cinematografia di serie A si è accorta della sua figura solamente in questi mesi, grazie all’ultimo lavoro del cineasta spagnolo <strong>Pedro Almodovar</strong>. Parliamo di una delle figure più sfruttate dalla cinematografia di genere: quella del Mad Doctor, il dottore pazzo.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><img class=" " src="http://www.milanoize.com/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/la-pelle-che-abito-di-pedro-almodovar-il-trailer-italiano.jpeg" alt="" width="432" height="324" /><p class="wp-caption-text">Elena Anaya protagonista di La pelle che abito</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’incanutito e spettacolare <strong>Antonio Banderas</strong> ha portato anche sugli schermi delle multisale, con l’algido e carnale professore pazzo protagonista di <em>La pelle che abito</em>, una figura che i cinefili appassionati di cinematografia di serie B conosco bene ed apprezzano. Tutti i grandi registi di genere hanno almeno una volta nella loro vita messo in campo le ossessioni della chirurgia per spaventare ma soprattutto affascinare il proprio pubblico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si, perché i percorsi di trasformazione terrificanti che in questa particolare branca del film di genere si ritrovano sono spesso affascinanti, richiamano la trasformazione corporea, la body art. E allora qusi si vorrebbe essere, abitare, veramente la pelle di<strong> Vicente/Jan Cornet</strong> che nel corso del film, degli anni, delle molteplici operazioni, si trasforma nella stupenda <strong>Vera/Elena Anaya.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo il regista madrileno, che si è ispirato al romanzo<em> Tarantula</em> di<strong> Thierry Jonquet,</strong> spalma sul suo film una sottile e luccicante pellicola di glamour fetish e di classe che rende il film patinato e comunque d’autore. Non ci sono scene truculente, da film di genere, classiche del filone Mad Doctor. Per il film di Almodovar la critica si è così divisa tra chi l’ha considerato un gran film e chi una delle prove peggiori di Pedro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto questo perché nessuno dei grandi nomi della critica ha le giuste radici per risalire al contrario le strade della filmografia di genere ed arrivare alle fonti di questa tipologia di film. Fili che una volta tirati restituiscono una manciata di nomi e di titoli che potrebbero essere considerati a pieno diritto padri ed ispiratori del film di Almodovar.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 465px"><img class=" " src="http://www.octopuswebzine.com/magazine/wp-content/uploads/2010/12/PREDATEURS-2.jpg" alt="" width="455" height="274" /><p class="wp-caption-text">L&#39;espianto di pelle dal viso da Faceless</p></div>
<p>A mio parere il primo film che bisogna citare per tracciare un percorso è la pellicola che per un breve periodo alla fine degli anni ’80 catapultò l’artigiano del sottogenere <strong>Jess Franco</strong> nella cinematografia di lusso: <em>Faceless</em>. Girato in una scintillante Parigi, e con dispendio di  mezzi strano per il regista che, ricordiamolo, è amico e padrino di Almodovar, il film si discosta molto dalla classica filmografia franchiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Niente zoom, niente lunghi silenzi, niente sospensioni della trama a favore di passaggi onirici, niente donna in primo piano, centralità del sesso smussata e grande cast con nomi di primo piano come <strong>Terry Savalas, Helmut Berger</strong> e <strong>Stephane Audran</strong>, la moglie di<strong> Claude Chabrol</strong>. Ma nonostante tutti il film mantiene intatta la poetica franchiana. In prima battuta perché una delle protagoniste femminili è la bella<strong> Brigitte Lahaie</strong>, bionda carnale proveniente dal mondo dell’hard</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La trama in breve. La bella sorella di un chirurgo plastico rimane sfregiata con dell’acido per difendere il fratello dalla rabbia di una paziente delusa. Da qui parte la ricerca del fratello del modo di renderle la bellezza. E ci troviamo immersi in una clinica degli orrori dove ricche vegliarde ritrovano la giovinezza grazie a metodi poco ortodossi, il sangue delle vergini. La soluzione per ridare la bellezza alla sorella, con cui il Mad doctor ha un rapporto molto morboso, è trapiantarle la faccia di un’altra donna. Per far questo arriva in scena un altro dottore pazzo, direttamente dagli esperimenti delle Ss, vero grande serbatoio della cinematografia di genere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le scene truculente ci sono, ma passano in secondo piano a mio parere di fronte alla grande morbosità franchiana che anche qui, in una produzione di lusso, mette la donna in primo piano e l’uomo in secondo, sempre un po’ ridicolo e schiacciato. Vedi il gorilla ritardato Gordon che fa da guardia alle prigioniere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><img class="   " src="http://3.bp.blogspot.com/-RjlEhxz9nw8/TlYhl32joWI/AAAAAAAABEE/u3uVl_1J0OU/s1600/Orloff.jpg" alt="" width="432" height="266" /><p class="wp-caption-text">Una scena de Il diabolico dottor Satana</p></div>
<p>La morbosità patinata delle immagini rimanda direttamente al film di Almodovar che secondo noi ha preso le mosse proprio da qui. E pensare che il film di Franco è di fatto un rifacimento citazione di se stesso. Una citazione che si fa spregiudicata nell’incontro con <strong>Howard Vernon</strong>, attore feticcio di Franco, che nel film del 1988 interpreta un ex mad doctor a riposo, <strong>il dottor Orlof.</strong> Nientemeno che il protagonista di <em>Gritos en la noche</em>, film del 1962 conosciuto come <em>Il diabolico dottor Satana</em>. Pellicola ambientata nel 1912 con i, diabolico Olof che rapisce ballerine di cabaret per trapiantare la loro pelle sul volto della figlia Melissa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma sopresa il plot di Franco era a sua volta stato ripreso da <em>Occhi senza volto</em> (<em>Les yeux sans visage</em>) film del 1960 <strong>Georges Franju</strong>, splendido horror da primordi con una bellissima <strong>Alida Valli</strong>. Ma anche Franju aveva un’ispirazione, un romanzo di <strong>Jean Redon</strong>. Insomma si rischia di perdersi nella notte dei tempi dei rimandi a seguire questa linea. Continuando ad andare indietro si può arrivare ad esempio a <em>Il dottor Mabuse</em>, film del 1922 di<strong> Fritz Lang</strong> che conta 7 rifacimenti e sequel negli anni. E non è in fondo uno scienziato pazzo anche l’adorabile <strong>Frank’n’Further</strong> di <em>Rocky horror picture show</em>?</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img src="http://3.bp.blogspot.com/_dj2pEfJXI9o/S4up72oGi3I/AAAAAAAAAIU/2mT0m34CxEg/s400/Les+yeux+sans+visage.jpg" alt="" width="400" height="266" /><p class="wp-caption-text">Una scena da Occhi senza volto</p></div>
<p>Ma noi vogliamo tenerci ben distanti dalla cinematografia in qualche modo di spessore e seria e proseguire la ricerca nella serie B. Senza voler avere pretese enciclopediche vorremmo citare un paio di film e registi del bel paese per terminare questo piccolo trattato del mad doctor.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La quasi totalità di pellicole a sfondo zombi portano coe incipit una qualche sorta di esperimento andato a male. Un bell’esempio poco conosciuto, anche se la recente ristampa del film nella serie <em>Nocturno cult</em> gli ha ridato dignità, è <em>Zombi holocaust</em> di <strong>Marino Girolami</strong>. Già dal titolo è ovvio che si tratta di un esperimento un mash-up diremmo oggi, tra due filoni diverso: zombi e cannibali. E così ecco l’ennesima missione antropologica nell’ennesima isola di cannibali che sta volta ci fa incontrare il folle dottor Drydock che fa esperimenti sugli indigeni trasformandoli in zombi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma per l’ultimo film che vogliamo citare torniamo a Parigi. Non potevo esimermi dal citare nella genia degli scienziati pazzi qualcosa girato da<strong> Bruno Mattei</strong>. Sorvolando sulla sua visuale dello scienziato pazzo in stile Ss, con <em>KZ9 lager di sterminio</em>, che aprirebbe troppi rimandi, come non citare ad esempio nel caso il delirante <em>L’ultima orgia del terzo Reich</em> di <strong>Cesare Canevari</strong>, preferisco venire ai film direct-to-video che il geniale regista ha realizzato nell’ultima parte della sua carriera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img src="http://trashisking.files.wordpress.com/2010/04/198636_snuff_killer2.jpg" alt="" width="400" height="229" /><p class="wp-caption-text">Una scena da Snuff killer di Bruno Mattei</p></div>
<p>Il thriller erotico<em> Snuff Kiler la morte in diretta</em>, firmato nel 2003 con lo pseudonimo di <strong>Pierre Le Blanc</strong>, anche se da qualche parte è accreditato con lo storico pseudonimo di <strong>Vincent Dawn</strong>, sembra voler riprendere per atmosfere e trama il<em> Faceless</em> di Jess Franco citato in apertura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La trama. Michelle, figlia di una famiglia borghese, scompare a Parigi. La madre prima assolda un detective e poi si mette sulle sue tracce. E fin qui il plot è esattamente quello di <em>Faceless</em>. Ma al posto della clinica degli orrori si trova una affascinante mad doctor al femminile che usa le ragazze per installazioni che portano alla morte, terribili snuff movie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bei corpi mostrati in digitale, quelli di<strong> Carla Solaro</strong> e della madre <strong>Federica Garuti,</strong> ben più torbida e affascinante della figlia. Mattei inserisce nel film la sottotraccia della caduta all’inferno della madre che cercando la figlia si fa via via traviare dalla torbida Parigi notturna. Ma il finale è ottimistico e moralistico, proprio come nel film di Almodovar e al contrario di Faceless di Franco dove il finale è aperto ma con apparente trionfo del male, nella classica concezione dei film horror anni ’80.</p>
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<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinema &#8211; Dalla nazisploitation a Salvatore Ortese</title>
		<link>http://emamandelli.altervista.org/cinema-dalla-nazisploitation-a-salvatore-ortese/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 17:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[salvatore ortese]]></category>
		<category><![CDATA[sergente cesso]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>&#160; Più di 5 anni fa immisi sul mio vecchio blog un articolo dedicato al cinema di genere. Ero non dico all’inizio ma quasi della mia ricerca legata al mondo della cinematografia di serie B. Tentavo di tracciare un albero genealogico del naziporno all’italiana partendo da quello che consideravo, e continuo a considerare, i padri [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Più di 5 anni fa immisi sul mio vecchio blog un articolo dedicato al cinema di genere. Ero non dico all’inizio ma quasi della mia ricerca legata al mondo della cinematografia di serie B. Tentavo di tracciare un albero genealogico del naziporno all’italiana partendo da quello che consideravo, e continuo a considerare, i padri nobili di uno dei più deliranti sottogeneri della cinematografia italiaca: <em>Salò</em> di<strong> Pier Paolo Pasolini</strong>, <em>Il portiere di notte</em> di<strong> Liliana Cavani</strong> e <em>Saloon Kitty</em> di <strong>Tinto Brass</strong>. Tre germi da cui si sviluppò un fiorire di de-generazioni che altri meglio di me hanno studiato ad analizzato, vedi la rivista cult <a href="http://www.nocturno.it/" target="_blank"><em>Nocturno</em></a>, che ha dedicato più di un colto approfondimento a questo genere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In fondo a questo pezzo, che oggi ripropongo corretto e rivisto, parlavo di <em>Sergente cesso</em> di <strong>Salvatore Ortese</strong>. Il film che non esiste a cui ho dedicato un capitolo del mio libro dedicato al cinema di serie B <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=249801" target="_blank"><em>Cannibal blues</em></a>. La mia piccola ricerca sul film che non c’è ha portato quell’articolo per oltre 5 anni ad essere il più letto in Italia, primo risultato di Google ricercando<a href="http://www.google.it/search?q=sergente+cesso&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a" target="_blank"><em> Sergente Cesso</em></a> o <strong>Salvatore Ortese</strong>, riguardante il film fantasma inventato dallo scrittore Jonathan Coe come traliccio portante del suo romanzo <em>La casa del sonno.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora nel trasferimento del blog da Splnder a Altervista quello è stato uno degli articoli saltati. Buon motivo per riproporlo oggi e sperare che porti fortuna alla nuova incarnazione di <em>Ossessioni e vuoti a rendere,</em> come il pezzo originale porto fortuna al mio vecchio blog.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;-</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><img class="  " src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/una-scena-di-salo-o-le-120-giornate-di-sodoma-19032.jpg" alt="" width="432" height="272" /><p class="wp-caption-text">Una scena di Salò di Pier Paolo Pasolini</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suo ultimo film scatenò un putiferio, ma lui non lo seppe mai, fu assassinato alla periferia di Roma il 2 novembre del 1975, molto prima che il suo capolavoro blasfemo arrivasse nelle sale. Stiamo parlando di Pier Paolo Pasolini e del suo film maledetto <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma</em>. Bocciato in prima istanza, ottenne il visto della censura il 23 dicembre del ’75. Sequestrato il 13 gennaio del ’76 e dissequestrato il 5 marzo del ’77 a seguito dell’ eliminazione di alcune scene (masturbazione di un fantoccio e atti di sodomia) che vennero reintegrate in seguito, ma non si sa se totalmente, ancora oggi a più di 30 anni non si è certi del montaggio definitivo del film. Solo il 17 maggio del 1991 al film venne riconosciuta la piena dignità artistica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insostenibile per libera scelta del regista il film narra le vicende di quattro gerarchi fascisti che fanno sequestrare in una villa giovani di entrambe i sessi per soddisfare ogni loro becero desiderio sessuale e di morte. La cornice storica è una scusa per investire la società di un atto di accusa pesantissimo. Fantasie a base di sangue e di merda fanno del film un invito a chiudere gli occhi e a fuggire. Tesi e antititesi assieme il film potrebbe essere considerato partenza e arrivo dell’ottava arte. Un opera che deve essere vista una sola volta, perdendo per sempre la verginità dei propri occhi. Ma Pasolini non aveva previsto che il suo capolavoro maledetto avrebbe fatto sbocciare un fiore virulento, un genere spesso dimenticato o fatto passare sotto coperta per vergogna, il nazi-porno o erossvastica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre sono i capisaldi di questo genere che ebbe il suo inizio e la sua fine nell’ italietta della metà degli anni ’70 (andando però, come vedremo, ad inserirsi in un discorso molto ampio di ‘volgarità’ cinematografica che spesso sposa la genialità) Uno come abbiamo già visto è il film di Pasolini. Sempre nel ’75 un insospettabile Tinto Brass, ancora ben lontano dalla solarità della carnalità che lo contraddistinguerà negli anni ‘80 e ‘90, sfornava la sua perla nera; <em>Saloon Kitty</em> (Italia ’75 col 130 min), la storia di un bordello che nella Germania nazista degli anni ’40 esercitò importante ruolo di controllo su le gerarchie naziste. Ma la vera pietra miliare del genere è di dodici mesi più vecchia:<em> Il portiere di notte</em> di Liliana Cavati era uscito infatti nelle sale nel 1974 (col 120 min). Il film della Cavati ha il merito di aver creato l’immagine iconografica più conosciuta nella storia del genere. <strong>Charlotte Rampling a seno nudo solo con un cappello da ufficiale nazista e un paio di bretelle</strong> l’abbiamo vista tutti almeno una volta. Le nobili origini del genere vennero messe immediatamente da parte e rimase solo il pruriginoso e ambiguo mondo composto dalle tre S che sono il manifesto del genere sesso-sangue-svastica.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 389px"><img class=" " src="http://images.vogue.it/imgs/galleries/encyclo/cinema/009083/mmdnipo-ec001-h-232740_0x420.jpg" alt="" width="379" height="252" /><p class="wp-caption-text">Una scena de Il portiere di Notte di Liliana Cavani</p></div>
<p>Ora, il fascino dell’iconografia nazista è noto. I colori, le icone, la grandiosità della follia. Tutti ingredienti che ben si prestavano a diventare carne da cannone della produzione cinematografica dell’Italia dei tardi anni ’70 e dei primi anni ’80. Più o meno dalla metà del 1976 alla fine del 1977 uscirono in sala i primi 12 film che prendevano a prestito la genialità dei tre padri nobili trasformandola in aberrazione da puro intrattenimento.</p>
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<p>Praticamente tutte queste pellicole, che per anni sono state invisibili, hanno dapprima ripreso a circolare con il peer to peer della rete, rippate magari da qualche passaggio notturno sulle prime tv commerciali degli anni ’80, poi con il riflusso e lo sdoganamento del genere quasi tutte hanno trovato ristampe prima su VHS e poi su DVD. Oggi esistono store specializzati in sotto generi, penso a Bloodbuster di Milano ad esempio, dove si possono trovare tutti queste pellicole che solo fino a 5 anni fa erano preziose rarità da scambiare tra collezionisti.</p>
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<p>Una delle prime ristampe fu a carico della onnipresente <em>Nocturno</em> che nella serie di VHS che allegava alla rivista all’inizio degli anni 2000 ristampò alcune di queste pellicole. La prima che vidi personalmente fu <em>KZ9 Lager di sterminio</em> del più grande interprete del sottogenere italiano, <strong>Bruno Mattei</strong>. Il film è ispirato alla figura dell’ angelo della morte  il famigerato dottor Mengele, di cui il film narra le gesta in modo crudo condannando il suo operato. Ma il corpus della pellicola è una vera e propria fiera di atrocità: un cadavere di donna su un lettino con l’utero squarciato, arti e mammelle amputate e sparse su bianche lenzuola, impiccagioni a suon di  musica ed esperimenti con un veleno che scioglie gli organi&#8230; e un crudo massacro finale che ricorda l’assalto della polizia in ‘Fragole e sangue’&#8230;. i nazi ammazzano i prigionieri che imperterriti continuano a cantare. Ma c’è spazio anche per lo sleazy più sboccato: un cadavere congelato riportato in vita dalle cure sessuali di “Uno splendido esemplare di prostituta trovata nell’angiporto di Marsiglia”, ma anche i capezzoli di una splendida<strong> Sonia Vivian</strong>i che si svegliano a vista sotto le stimolazioni salivari della kapò Ria de Simone.</p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><img class=" " src="http://www.nocturno.it/storage/images/1503b5b2-abb6-41e6-8194-dfc2976a5ae5/G_daunia3sfumata.jpg" alt="" width="420" height="280" /><p class="wp-caption-text">Una scena di KZ9 lager di sterminio di Bruno Mattei</p></div>
<p>Mattei tra l’altro non era neppure al primo film del filone Nazisploitation, pochi mesi prima aveva firmato<em> Casa privata per le SS</em>, accolto tiepidamente all’uscita è diventato un cult negli Stati Uniti, dove circola l’unica versione in DVD attualmente disponibile.</p>
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<p>Un&#8217;altra delle prime ristampe di <em>Nocturno</em> riguardò <em>Lager ssadist kastrat kommandatur</em> di<strong> Sergio Garrone</strong>, regista che firmò anche un altro film dei primi 12: <em>SS Lager 5 l’inferno delle donne</em>, due film girati in pratica contemporaneamente ebbero gran successo nelle sale europee di quegli anni. La scena cult del primo film è un espianto di testicoli, ispirato a ciò che già si era visto nella trilogia archetipo del genere, parlo dei tre film dedicati a<em> Ilsa, la belva della SS</em>, pellicole canadesi della prima metà degli anni ’70.</p>
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<p>Si perché se il genere ha trovato radici in Italia non è nel bal paese che è nato. Il primo film ascrivibile al filone Nazisploitation è senza dubbio <em>Camp 7: lager femminile</em>, dell’americano<strong> Lee Frost</strong>, anno 1969. Il canadese<em> Ilsa, la belva delle SS</em> di<strong> Don Edmonds</strong> risale invece al 1974. L’eroina negativa interpretata dalla popputa<strong> Dyanne Thorne</strong> sarà protagonista del sequel <em> Ilsa, la belva del deserto</em>, nel 1976. Trasportata in un ipotetico stato sudamericano sarà la Greta di<em> Greta, Haus ohne Männer</em>, conosciuto in Italia come <em>Greta la donna bestia</em>, del 1976 e firmato<strong> Jess Franco.</strong></p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><img class=" " src="http://midnightshowing.files.wordpress.com/2008/10/ilsa02.png" alt="" width="435" height="256" /><p class="wp-caption-text">Dyanne Thorne protagonista di Ilsa la belva delle SS</p></div>
<p>Ma il biennio 1976/1977 sarà una fiera naziporno italiana. <strong>Luigi Batzella</strong> firma <em>La bestia in calore</em> e<em> Kaput Lager &#8211; Gli ultimi giorni delle SS</em> , <strong>Cesare Canevari</strong> il delirante <em>L’ultima orgia del III Reich</em>, <strong>famoso per la presenza di una giovanissima, nudissima e torturatissima Daniela Poggi</strong>, a seguire arriva <strong>Rino di Silvestro</strong> che realizza <em>Le deportate della sezione speciale SS</em>, <strong>Lorenzo Gicca Palli</strong> l’introvabile<em> Liebes Lager,</em> di cui si dice circolino solo foto e locandine, <strong>Fabio De Agostini</strong> <em>Le lunghe notti della Gestapo,</em> Sergio Garrone oltre al già citato firma anche <em>SS Lager 5: L&#8217;inferno delle donne,</em> <strong>Mario Caiano</strong> per finire<em> La svastica nel ventre</em>. Poi di fatto il genere si estingue.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 429px"><img src="http://idata.over-blog.com/2/72/22/44/Daniela-Poggi/ultima-orgia-1.jpg" alt="" width="419" height="253" /><p class="wp-caption-text">Daniela Poggi protagonista de L&#39;ultima orgia del III reich</p></div>
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<p>Ci sono alcuni collegamenti però che vale la pena di ricordare. Innanzitutto vale la pena di recuperare e vedere la versione comica dei film nazi, sto parlando di <em>Zio Adolfo in arte Fùhrer</em>, film del 1978 con <strong>Adriano Celentano</strong> firmato da Castellano &amp; Pipolo.  Nella delirante pellicola un doppio e trasformista Celentano interpreta due fratelli: un pazzo colonnello delle SS e un pacifista che cerca di attentare alla vita di Hitler. Un film, oggi si direbbe, alla <em>Zelig</em> di Woody Allen, peccato sia stato girato prima del capolavoro del regista americano. Il film, grazie all’uso del materiale di repertorio, anticipa anche il filone dei mockumentary, i finti documentari oggi di moda. In più la memorabile roulette russa finale anticipa di parecchio quella de <em>Il Cacciatore</em> di Micael Cimmino, sottovalutato ma da ripescare.</p>
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<p>Naturalmente non potevano mancare le versioni più hard che violente, almeno due pellicole le ha realizzate <strong>Aristide Massacesi</strong>, con il soprannome di  Joe D’Amato, titoli come: <em>Saloon Kiss</em>, <em>Le bambole del Fuhrer</em> e <em>K Z 9</em>. La casa cinematografica americana trash Troma di Loyd Kaufmann ha ripreso lo spirito del Nazisploitation in diverse pellicole. Su tutte citeremo <em>Surf nazi must die</em> ma sopratutto<em> Maniac nurse find extasy</em>, film del 1994. La storia è ambientata in una sperduta clinica di campagna dove delle sadiche infermiere passano il tempo in efferate pratiche. Dal cannibalismo al sadomasochismo&#8230; A guidare il gruppo la folle Ilsa (un chiaro omaggio all’ eroina di Ilsa la belva delle SS, e la sua vice Greta, omaggio al film citato di Jess Franco.</p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 447px"><img class="  " src="http://zoneland.ru/pics/images7/107196bscap0014.jpg.jpg" alt="" width="437" height="322" /><p class="wp-caption-text">Una scena di Maniac nurse find extasy</p></div>
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<p>Abbiamo detto che i capostipiti del filone sono film americano della fine degli anni ’60. Ma quei film a loro volta si ispiravano a film Italiani dell’inizio degli anni ’60.  Il film che probabilmente ha dato il via al genere è<em> Mondo cane</em> del 1961 di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>. Un documentario che assembla a casaccio episodi violenti e vojeristici, animali ammazzati violentemente, le pescatrici di perle a seno nudo, ubriachi che vomitano ad Amburgo e fucilazioni (vere) in Africa&#8230;. e via di amenità varie. Il tutto condito da una voce fuoricampo ipocrita didascalica e opportunamente sgradevole. Il film generò due seguiti, <em>Mondo cane 2</em> e<em> Mondo candido</em>, sempre di Jacopetti è l’aberrante<em> Africa addio</em> con violente scene che oggi verrebbero catalogate come snuff movie.</p>
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<li><strong> IL CASO ORTESE</strong></li>
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<p>A questo florilegio di perle andrebbe iscritto anche il film da cui siamo partiti, <em>Sergente Cesso</em> di <strong>Salvatore Ortese</strong>, un film del 1972 che potrebbe davvero essere il capostipite del naziporno all’Italiana. Ma chi è Salvatore Ortese. Riportiamo la scheda che si trova nel romanzo La casa del Sonno di Coe.</p>
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<blockquote><p> “Salvatore Ortese (1913-1975) Regista Italiano lavorò a partire dalla metà degli anni ’30 come montatore e doppiatore; si dice che abbia collaborato con Rossellini alla sceneggiatura di Luciano Serra Pilota (1938). Durante la guerra diresse svariati documentari di breve durata, per poi fare il suo debutto alla regia con Il costo della pesca (1947) film che assieme a Roma città aperta di Rossellini e Sciuscia di De Sica figura tra le opere più matura del neorealismo. I suoi film degli anni ’50 tra cui Paese senza pietà e Morte per fame testimoniano della sua inalterata fedeltà ai canoni del movimento surrealista&#8230; l’unico film a colori di quel periodo è E’ la vita che dovette essere girato una seconda volta perché il finale fu ritenuto esageratamente pessimista. (Vi si narra di una madre che per curare il figlio schizofrenico si da alla prostituzione&#8230; alla fine lavora come domestica per una facoltosa coppia di Firenze. Quando ha raggranellato il denaro necessario perde tutto e subisce un grottesco incidente con un aspirapolvere perdendo entrambe le gambe). L’ultimo film di Ortese non è mai stato proiettato in pubblico. La pellicola a quanto si dice è uno spietato e raccapricciante atto d’accusa alla gerarchia militare e rappresenta un inno alla degradazione del genere umano. Sergente Cesso (1972) non riuscì a trovare un distributore. Un critico che assistette ad una visione usci dopo dieci minuti dichiarando che “Ortese andrebbe abbattuto come le bestie impazzite”.</p></blockquote>
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<p>I riferimenti della scheda sono tutti esatti solo che Salvatore Ortese non esiste. Si tratta di una invenzione di pura letteratura di Jonatan Coe che durante tutto lo svolgimento del libro sparge a piene mani decine di riferimenti al cinema italiano, film, registi anni attori. Per un attimo cercando e ricostruendo ho creduto potesse essere ispirato a <strong>Goffredo Alessandrini</strong>, regista vicino al regime fascista che firmò il già citato<em> Luciano Serra Pilota</em>. O magari ancora il giornalista <strong>Fulvio Palmeri</strong>, anche lui cosceneggiatore del film del 1938. Ma non è così. Ortese non esiste. Cercando con Google a suo nome si ottengono 158 mila risultati, il primo è l’articolo padre di questo presente sul mio vecchio blog.</p>
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<p>Coe non ne parla quasi mai. Ma ho trovato un’intervista su un altro blog Splider (Blakmarket). E visto che anche lui è destinato a scomparire mi pare giusto riportare quella domanda e risposta perché non si perda nell’oblio:</p>
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<p><strong>L’intervistatore domandava</strong>: capita spesso, con i suoi libri, che la realtà sconfini nella finzione letteraria. Tanto da depistare il lettore, come nel caso di Salvatore Ortese, il fantomatico regista siciliano neo-realista de “La casa del sonno” che in realtà non esiste e di cui molti lettori hanno controllato l’esistenza…</p>
<p><strong>Coe risponde</strong>: Lo scopo principale dell’autore è quello di giocare con le aspettative dei lettori, che sono come dei pesci all’esca che vengono stuzzicati nel modo più piacevole possibile, di modo che il lettore venga continuamente messo in stato di intrigo e di curiosità, che è esattamente il meccanismo grazie al quale il lettore  va avanti a leggere.</p>
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<p>Ultima curiosità. Alla lista dei film del filone su Wikipedia qualcuno ha aggiunto un film che dovrebbe essere uscito quest’anno dal delirante titolo <em>Pane amore ed SS</em> il regista è un fantomatico <strong>A. Bancary De Camp</strong>. Non ci sono tracce del regista e del film se non in quella pagina. Mi sa tanto di geniale fake. Ma forse è solo il nuovo mistero su cui indagare in questa infinita storia.</p>
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<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Varie &#8211; Intervista su ViviCrema</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 11:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>L&#8217;amico Stefano Mauri mi ha intervistato per il suo portale sulla vita culturale cittadina ViviCrema. Una bella chiacchierata sulle mie nuove iniziative ma anche e sopratutto sulla vita culturale cittadina che Mauri segue con attenzione come me. Non posso che ringraziarlo per la sempre costante attenzione alla mie iniziative e augurarmi che l&#8217;idea che lanciamo [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>L&#8217;amico Stefano Mauri mi ha intervistato per il suo portale sulla vita culturale cittadina ViviCrema. Una bella chiacchierata sulle mie nuove iniziative ma anche e sopratutto sulla vita culturale cittadina che Mauri segue con attenzione come me. Non posso che ringraziarlo per la sempre costante attenzione alla mie iniziative e augurarmi che l&#8217;idea che lanciamo di un capodanno culturale cittadino prenda forma.</p>
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<p>Ecco il link dell&#8217;intervista: <a href="http://www.vivicrema.com/rubrica.php?ID=249">http://www.vivicrema.com/rubrica.php?ID=249</a></p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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