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	<title>Ossessioni e vuoti a rendere</title>
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	<description>La realtà ha una pessima grafica</description>
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		<title>MUSICA &#8211; La parabola triste di Bruno Fraschini</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 18:14:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Non mi ricordo di preciso che anno fosse, erano circa la fine degli anni ’90, minuto più minuto meno. Faceva caldo, caldo appiccicoso, e la festa di Rifondazione Comunista si teneva ancora al podere di Ombrianello. Avevo preso una birra in cartone gelata e disgustosa e mi ero sbragato in un angolo su una di [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Non mi ricordo di preciso che anno fosse, erano circa la fine degli anni ’90, minuto più minuto meno. Faceva caldo, caldo appiccicoso, e la festa di Rifondazione Comunista si teneva ancora al podere di Ombrianello. Avevo preso una birra in cartone gelata e disgustosa e mi ero sbragato in un angolo su una di quelle sedie di plastica, quelle che se fai un movimento strano si spaccano sotto il culo. Non sapevo chi suonava, chi se ne importa, l’importante era stare all’aperto a rinfrescarsi dalla giornata rovente.</p>
<div id="attachment_3138" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/bruno-faschini.jpg"><img class="size-full wp-image-3138" title="Bruno Fraschini" alt="bruno faschini" src="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/bruno-faschini.jpg" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Bruno Fraschini</p></div>
<p>Prima ancora che dalla musica venni catturato da una ragazza che ballava davanti al palco. Capelli lunghi e neri, lisci sulle spalle, muoveva tutto il corpo seguendo un ritmo tutto suo con una sensualità che esplodeva dal suo corpo infagottato dai vestiti da figlia dei fiori fuori tempo massimo. Potevo quasi catturarne l’odore acre e sudato impastato di ormoni agitati dalla musica e dalle movenze di quel culo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già la musica. Non so se Capossela avesse già fatto <em>Canzoni a manovella</em>, se i balcani andassero già così di moda, se gli Afterhorurs avessero già cambiato le coordinate del rock italiano. Però d’un tratto le canzoni mi sembravano bellissime come se Quentin Tarantino incrociasse Goran Bregović e shakerasse tutto con chitarre affilate e testi inquieti, o inquietanti e profetici visti poi gli sviluppi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La pagina seguente di questo racconto di vite minime di provincia è la fredda cronaca dei giornali locali, in questo caso <em>Il Cittadino di Lodi</em>, quando accadono fatti di questo genere. E’ difficile scrivere un articolo, anche per il più smaliziato dei giornalisti di cronaca nera locale, e vi assicuro che sono i peggiori di tutti, quando un ragazzo di 28 anni ben voluto e stimato dalla comunità, con velleità culturali ben avviate una vita davanti, si getta da un balcone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia di<strong> Bruno Fraschini</strong> finisce il 26 novembre del 2004. Senza una ragione chiara se non il tremendo male di vivere che forse lo tormentava. Io non lo so non lo conoscevo anche se la sua vita e la mia si sono svolte vicine e qualche volta si sono incrociate. Viveva a Lodi, a pochi chilometri della città giocattolo dove aveva qualche volta portato a suonare il suo gruppo, gli <strong>Je Ne T’Aime Plus,</strong> complice anche un amico manager/fonico che organizzava concerti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure c’ero anche io a Lodi il 17 luglio del 2008, alla serata che i suoi ex compagni di band<strong> Max Carinelli, Gianluca Buoncompagni, Carlo Sirello </strong>e<strong> Stefano Moroni</strong> organizzarono con tutti i suoi amici per ricordare questo ragazzo quasi uomo a 4 anni dalla sua morte. E la serata mi emozionò come mi emozionai quando seppi del suo estremo gesto. Nel frattempo avevo consumato l’unico disco uscito con Bruno in vita: <em>La prima cosa</em>. L’avevo preso la sera della festa di Rifondazione di cui sopra in cui avevo incrociato questa storia minima di musica (quasi) locale.</p>
<div id="attachment_3139" class="wp-caption aligncenter" style="width: 394px"><a href="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/jntp.jpg"><img class=" wp-image-3139" alt="jntp" src="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/jntp.jpg" width="384" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">Lodi 17 luglio del 2008, concerto tributo a Bruno Fraschini</p></div>
<p>Un disco bellissimo. Li hanno paragonati ai primi Marlene Kuntz. Per me erano molto più personali e spessi. Loro definivano la loro musica brutal pop. In effetti le chitarre taglienti dell’ex Circo Fantasma Carinelli e la voce schizoide di Bruno davano al suono del gruppo un taglio tutto particolare, sbilenco seppur melodico. Tanto e vero che a 15 anni dall’uscita del disco, a quasi 10 dalla morte di Bruno, ancora quelle canzoni mi fanno venire la pelle d’oca. Forse per quel furore adolescenziale e depresso nei testi, daltro canto il disco si apre con le parole</p>
<blockquote><p>la prima cosa la mattina è la paura arriva puntuale e sempre uguale una concavità che mi cresce tra il polmone e il cuore”,</p></blockquote>
<p>che ricorda tanto la paura di iniziare le giornate quando si soffre di attacchi di panico.</p>
<div id="attachment_3140" class="wp-caption aligncenter" style="width: 378px"><a href="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/gli-jntp.jpg"><img class=" wp-image-3140" alt="gli jntp" src="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/gli-jntp-1024x673.jpg" width="368" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">Gli Je Ne t&#8217;Aime Plus</p></div>
<p>Quattro anni dopo i provini di lavorazione del secondo disco vennero pubblicati in sole 300 copie con il titolo <em>La logica della rivincita</em>. Per un associazione di cui non esiste più neppure il sito, così come è sparito <a href="http://www.jntp.com/">www.jntp.com</a>. Ho anche fedelmente quel cd. Di lui ho scoperto che aveva anche un’altra faccia. Quella dell’esperto di videogiochi. In rete ci sono ancora discussioni di forum dove scriveva che si chiedano che fine abbia fatto. Aveva anche pubblicato un libro:<em> Metal Gear Solid. L’evoluzione del Serpente</em>, uscito nel giugno del 2003, poco più di un anno prima della decisione finale. Una analisi di una delle saghe cult degli anni ’90 videoludici.<br />
D’altro canto si era laureato con una tesi dal titolo <em>Strategie comunicazionali e linguistiche del videogame,</em> una bella laurea in Relazioni Pubbliche presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione di Milano e in quel campo aveva tentato la carriera, insegnando game design presso l&#8217;Istituto Europeo di Design collaborando con numerose riviste di videogiochi.</p>
<p>Non saprei cosa consigliarvi per cercare di sentire la musica che ha prodotto. Due dei dischi più bello del rock italiano di quegli anni che sono andati persi nell’oblio del nulla.</p>
<div id="attachment_3141" class="wp-caption aligncenter" style="width: 378px"><a href="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/cd-jntp.jpg"><img class=" wp-image-3141" alt="cd jntp" src="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/cd-jntp-1024x698.jpg" width="368" height="251" /></a><p class="wp-caption-text">Le mie copie dei cd dei Jntp</p></div>
<ul>
<li>&#8212;&#8212;-A seguire vi propongo la recensione che scrissi per il quotidiano La Cronaca di Cremona relativamente al concerto del 17 luglio 2008&#8212;-</li>
</ul>
<p><em>Una sera emozionante e senza retorica. E le 300 copie del disco “La logica della rivincita” andate esaurite ben prima della conclusione del concerto. C’era da ricordare Bruno Fraschini, cantante dei Je ne t’aime plus, morto tragicamente nel 2004, e la retorica in questi casi è sempre dietro l’angolo. Invece gli amici di sempre, la sua band e un manipoli di cantanti alla voce, hanno suonato tanto e cantato poco nella bella serata andata in scena giovedì sera nell’area del Belgiardino di Lodi, in apertura del festival Creature. Il cremasco Andrea Grandi, dietro al mixer, ma anche produttore del disco con la sua associazione culturale Mamahen, occhi lucidi, ha dato il via alla serata. Le canzoni del disco che era in lavorazione, e stampato oggi così come era per chiudere il cerchio, e quelle di “La prima cosa” cantate senza reverenza e con amore da: Marcella Casciaro, Raffaella Destefano, Nicoletta Grazzani, Francesco Boggio Ferraris, Matteo Berra e Francesco Cancellato. La band precisa come sempre: Max Carinelli alla chitarra, Carlo Sirello alla chitarra, Gianluca Buoncompagni al basso e Stefano Moroni alla batteria. L’unico che ha detto due parole alla fine è stato proprio il bassista. “Era difficile chiudere questa storia. Vorremo che questa serata non finisse mai”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Musica &#8211; Diana Est, la meteora dark di Tenax</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 18:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>La vecchiaia è solo una malattia. Questa è la canzone della vita eccessiva. Tenace, tenace”. Detta così è una cazzata. Ma se la traduciamo in questo modo: sed modo senectus morbus est carmen vitae immoderatae hic est tènax tenàx”, eh beh allora il mito è servito. Leggendo il ritornello in latino di questa canzone più [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><blockquote><p>La vecchiaia è solo una malattia. Questa è la canzone della vita eccessiva. Tenace, tenace”.</p></blockquote>
<p>Detta così è una cazzata. Ma se la traduciamo in questo modo:</p>
<blockquote><p>sed modo senectus morbus est carmen vitae immoderatae hic est tènax tenàx”,</p></blockquote>
<p>eh beh allora il mito è servito. Leggendo il ritornello in latino di questa canzone più di un quarantenne avrà avuto un brivido e avrà capito che stiamo per parlare della più incredibile e fulgida meteora della musica italiana anni ’80: <strong>Diana Est.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 324px"><img class=" " alt="tra pvc e antica Roma" src="http://www.superdiscodance.com/wp-content/uploads/2011/12/diana-est.jpg" width="314" height="360" /><p class="wp-caption-text">Diana Est ai tempi di tenax</p></div>
<p>Tre 45 giri per un totale di 6 canzoni in due anni, questo nonostante la Dischi Ricordi l’avesse messa sotto contratto per 5 anni sperando evidentemente in qualche 33 giri. Un successo immediato, per quanto effimero, e poi 30 anni di oblio. Mai interrotto dalle classiche e tristissime ospitate ai programmi revival come <em>Meteore</em>, dai tentativi di tornare, dai concerti da sagra della porchetta. Un solo sprazzo in trent’anni, casuale, un intervista un po’ rubata un po’ concessa a<em> Radio Popolare</em> il 24 gennaio del 2004 in cui la cantante spiegò il perché della sua scomparsa del panorama musicale italiano spendendo parole durissime sull’ambiente discografico che l’aveva abbondantemente disgustata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si perché da 30 anni Diana Est è tornata ad essere “solamente” <strong>Cristina Barbieri</strong>, unico collegamento con il mondo musicale quello di essere la nipote di Mario Lavezzi. Una milanese, classe 1963, per cui oggi cinquantenne, con un matrimonio e due figli e una stimata professione di antiquaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma che storia musicale ha Cristina Barbieri nei panni di Diana Est? Un esordio appena diciasettenne come corista nello storico programma Rai condotto da <strong>Carlo Massarini</strong><em> Mister Fantasy</em> dove viene notata da un giovane <strong>Enrico Ruggeri</strong> che ha da poco terminato la carriera con i Decibel e sta per avviare la sua fortunata solista. Di Ruggeri tutto si può dire meno che non annusasse le mode epocali prima che esplodessero. Aveva intitolato <em>Punk</em> il primo disco della sua band, resa nota da un concerto situazionista che non si svolse mai nel 1976, prima ancora dell’esplosione inglese del no future.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli anni ’80 iniziava ad arrivare anche in Italia qualche scheggia di new wave. E da lì Ruggeri lavorò per inventare un personaggio che toccasse la fantasia dark erotica dei giovani di allora. Cosa di meglio che una ragazza molto magra, quasi androgina, ma lo stesso molto sensuale. Un caschetto stile Lulu, un abbigliamento tra il kitsch e l’antica Roma, con queste tonache Peplum rosa, e tocchi futuristici con orecchini e accessori in pvc. Il tutto condito da un nome che richiamasse l’esocità classica. Diana, come la dea della caccia, e Est, dal verbo latino essere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 308px"><img alt="tenax tena-tenax" src="http://www.estatica.it/images/musica_dischi/upload/2007/DianaEst-Tenax.jpg" width="298" height="293" /><p class="wp-caption-text">La copertina del primo 45 giri</p></div>
<p>Ma il personaggio è tanto ma se manca la musica è nulla. E allora ecco nel 1982 il primo dei 3 singoli che compongono la discografia esigua di Diana Est. <em>Tenax/Notte senza pietà</em> è una fiondata per le radio asfittiche di ritornelli sanremesi degli anni ’80 italiani. Quel geniale ritornello in latino che sembra citare Seneca e Terenzio ma che e un testo tutto improntato all’estetica della notte maledetta. Basti dire che la leggenda vuole che la storica discoteca Tenax di Firenze si chiami così proprio in omaggio a quel brano, anche se c’è chi dice che in realtà citi una marca di brillantina; ma anche una frase culto del testo: <em>forse è già mattino e non lo so</em>, scritta a caratteri cubitali sui muri della discoteca simbolo della movida rivierasca italiana, il Cocoricò. Arrangiamenti new wave che da noi erano una novità assoluta, una voce sensuale e un lato B del tutto all’altezza del singolo ancora incentrato sull’estetica notturna,<em> “una notte plastic, con un&#8217;anima chic, non mi nasconderò”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 315px"><img class="  " alt="un ciuffo estetico" src="http://1.bp.blogspot.com/-EeZGXSNfpBU/Tmc19q4feWI/AAAAAAAAC-0/T5RV_irjio8/s1600/Diana+Est+-+Le+Louvre+Front.jpg" width="305" height="305" /><p class="wp-caption-text">La copertina del secondo 45 giri</p></div>
<p>La partecipazione ai carrozzoni musicali dell’epoca la rende subito un’icona: Premiatissima, <em>Festivalbar</em> (dove si piazza seconda nel 1983 dietro a un&#8217;altra icona wave: Scialpi), <em>Azzurro.</em> Il secondo singolo, del 1983, conferma la buona vena e la caratura wave. Dietro c’è sempre Ruggeri. <em>Le Louvre/Marmo di Città</em> sono due canzoni che sembrano preannunciare il lancio di un 33 giri. Ha un contratto di 5 anni con la Ricordi. Il lato A è un geniale dialogo con le statue dei musei che prendono vita, il lato B è ancora più dark.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma nel frattempo Ruggeri parte con la sua carriera solista, non prima di regalare ai Canton un altro brano cult delle notti italiane wave, Sonnambulismo, e arrivano tali <strong>Oscar Avogadro</strong> per il testo e<strong> Gian Piero Ameli</strong> per la musica, per il terzo 45 giri del 1984. <em>Diamanti/Pekino</em> segnano una svolta netta. Atmosfere più solari, il lato a anticipa le sonorita tangate tanto di moda con le varie Chiara e Annalisa oggi. Il lato B addirittura anticipa le sonorità del pop giapponese degli anni ’90 con tanto di ritornello nella lingua del sol levante. Lei si fa più sensuale, un estetica quasi da donna di strada. Stavolta è davvero troppo avanti. Il singolo vende nulla e lei scompare. Rimane un pezzo da collezionismo la prima tiratura che aveva un diamante di plastica a fare da puntino sulla I di diamanti in copertina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 278px"><img class=" " alt="" src="http://userserve-ak.last.fm/serve/_/47315711/Diana+Est+dianaest1984.jpg" width="268" height="456" /><p class="wp-caption-text">Il cambio di look del terzo 45 giri</p></div>
<p>La discografia si completa di un paio di 12 pollici remix per discoteche di allora, con remix firmati da <strong>Tony Carrasco</strong> con finti scratching fatti con la voce che ripete scra-scra-scratching. Articoli dell’epoca parlando di un terzo 12 pollici mix di Pekino tutto cantato in giapponese, ma non se ne ha traccia. Da qui scompare. La Ricordi non insiste per i rimanenti 3 anni di contratto al termine del quale decide di non rinnovare e di sparire del tutto.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" alt="" src="http://i.ytimg.com/vi/a0sZ8kWTph8/0.jpg" width="336" height="252" /></p>
<p>Tenax nel frattempo è stata reincisa prima da <strong>Ivan Cattaneo</strong>, per cui Diana aveva fatto la corista negli anni ’70, nel 2010 per un disco di cover anni ’80 e poi da Ruggeri nel 2012 per il cd il cui recupera i brani che ha scritto per altri. Ma già nel 1983 il brano era stato inciso dagli Elecrta con il titolo <em>Are You Automatic?</em> Per il mercato inglese. Nel 2004 il remix da discoteca di Le Louvre di Prezioso fece ballare per una stagione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il singolo Tenax ha venduto 100 mila copie, un enormità anche allora.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/PSAN8vAcHNo" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Musica &#8211; Lutto in casa Slayer addio a Jeff Hanneman</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 08:49:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Hanno sempre amato giocare col veleno. Ed il veleno alla fine si dimostra più forte e tossico del previsto. Perché nell’immaginario dei teenager degli anni ’80 quei 4 col veleno avrebbero potuto farci i gargarismi. Ed invece il biondo non c’è più. Stroncato dal veleno a 49 anni. &#160; Jeffrey John Hanneman aveva origini tedesche [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Hanno sempre amato giocare col veleno. Ed il veleno alla fine si dimostra più forte e tossico del previsto. Perché nell’immaginario dei teenager degli anni ’80 quei 4 col veleno avrebbero potuto farci i gargarismi. Ed invece il biondo non c’è più. Stroncato dal veleno a 49 anni.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.bringthenoiseuk.com/wordpress/wp-content/uploads/Hanneman-jeff-hanneman-21392936-2560-1700.jpg" width="384" height="288" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Jeffrey John Hanneman</strong> aveva origini tedesche ma era piantato saldamente nel cuore e nella pancia dell’America. Nato a Oakland, nel cuore della California, nel 1964 in una famiglia di combattenti a stelle strisce. Un padre reduce dello sbarco in Normandia e due fratelli maggiori segnati dal Vietnam. Jeff diede il via alle sue passioni in contemporanea: collezionare memorabilia bellica e suonare la chitarra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E in entrambe le cose andò sempre più veloce, fino all’ossessione,  fino allo schianto, avvenuto il 2 maggio del 2013, stroncato da un’insufficienza epatica strascico di un morso di un ragno velenoso di due anni prima che lo aveva ridotto in coma per i sintomi di una terribile fascite necrotizzante che gli aveva fatto rischiare di perdere il braccio e intanto comprometteva il fegato fino a sfasciarlo.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" alt="" src="https://si0.twimg.com/profile_images/1326734106/512.jpg" width="300" height="300" /></p>
<p>Una corsa iniziata nel 1981 ad Huntington Park, un postaccio della periferia di Los Angeles, dove dopo un concerto Jeff conobbe <strong>Kerry King</strong>, l’unico altro chitarrista della città che suonava veloce come lui. Nasce così una delle leggende del metal anni ’80. Di certo la più controversa e discussa: quella degli <strong>Slayer</strong>. Un gruppo che in 30 anni esatti di carriera, l’esordio è datato 1983, ha sguazzato in tematiche sataniche, guerrafondaie, filo naziste…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio Jeff è stato l’autore di alcuni dei brani che più hanno infiammato il dibattito nel mondo della musica estrema: <em>Angel of Death</em> su tutte, un brano che descrive senza mezzi termini le sadiche operazioni di Josef Mengele ad Auschwitz.  Tremende invettive miscelate da quello stile aggressivo e mutuato dall’hardcore punk, perché gli Slayer erano diversi dagli altri del thrash. Niente brani lunghi e ricercati ma proiettili roventi e velocissimi. Criticati dagli stessi colleghi come <strong>Max Cavalera</strong> e <strong> Dave Mustaine</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spesso sono finiti anche al centro di fatti di cronaca nera con l’accusa di avere scritto brani che hanno ispirato fatti terribili. In Italia si è parlato molto di loro nel periodo delle cosiddette Bestie di Satana. Si parlò dei contenuti del brano <em>Kill again</em>, che avrebbe incitato <strong>Fabio Volp</strong>e il leader della setta che uccise <strong>Fabio Tollis</strong> e<strong> Chiara Marino</strong>. Anche il presunto suicidio di Davide R. si disse fu influenzato da un loro brano: <em>Richard Hung Himself</em>, cioè Richard si è impiccato.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" alt="" src="http://s3.amazonaws.com/quietus_production/images/articles/12176/JeffHanneman_1367533833_crop_625x417.jpg" width="375" height="250" /></p>
<p>Per non farsi mancare nulla nel disco <em>Christ Illusion</em> che già dalla copertina è agghiacciante, raffigura un  Cristo sanguinante e mutilato e le teste degli Apostoli e di Maria in un mare di sangue, inserono un brano, <em>Jihad</em>, che parla degli attentati dell&#8217;11 settembre, ma raccontati dalla parte degli estremisti islamici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque sia ci mancherà.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://origin.arstechnica.com/journals/thumbs.media/slayer.jpg" width="448" height="313" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Musica &#8211; Le dieci copertine più belle del rock</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 17:17:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[copertine rock]]></category>
		<category><![CDATA[dischi storici]]></category>
		<category><![CDATA[icone rock]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>La musica non è solo musica. Non solo le sette note messe in fila nella maniera migliore hanno contribuito a creare le storie mitiche. La musica è anche immagine e quindi le copertine dei dischi. Perché un capolavoro con una copertina terribile è decisamente meno capolavoro. Sarebbero stati lo stesso mitizzati i dieci dischi di [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p> La musica non è solo musica. Non solo le sette note messe in fila nella maniera migliore hanno contribuito a creare le storie mitiche. La musica è anche immagine e quindi le copertine dei dischi. Perché un capolavoro con una copertina terribile è decisamente meno capolavoro. Sarebbero stati lo stesso mitizzati i dieci dischi di cui andiamo a parlare se avessero avuto una differente copertina?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si dieci dischi e dieci icone, dieci copertine che sono altrettanto mitiche quanto il contenuto. E da dove iniziare se non dalla copertina simbolo per eccellenza?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>The Dark Side of the Moon – Pink Floyd</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://static.fanpage.it/musicfanpage/wp-content/uploads/gallery/le-copertine-celebri-di-storm-thorgerson/pink-floyd-the-dark-side-of-themoon.jpg" width="288" height="288" /></p>
<p>Cosa dire che non è stato detto sul prisma creato dallo studio Hipgnosis per la band inglese che nel 1972 battezza il loro disco cult? Dopo le prime copertine create da Thorgerson per la band la Emi non era soddisfatta, e a torto visto che quella di Atom heart mother è un’altra icona del rock. Permettersi di non mettere il nome e il titolo sulla copertina era ritenuto presuntuoso. Si dice che fu Rick Wright a chiedere qualcosa di incisivo ma sobrio per Dark Side. Delle 7 proposte dello studio Hipgnosis venne scelta all’unanimità quella del prisma che scompone la luce (anche se manca un colore). Rappresentava bene i temi del disco. Il resto è storia di un’icona che ha addirittura oggi un sito con i fan che la riproducono nei modo più strani del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Abbey Road – The Beatles</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.designplayground.it/wp-content/uploads/2009/09/abbeyroad1.jpg" width="344" height="339" /></p>
<p>Tra i pochi che avevano il coraggio e il carisma di non mettere nome e titolo sulla copertina di un disco, oltre ai Pink Floyd, c’erano i Beatles. Tra le tante copertine icona dei Fab Four va scelta questa perché è la più studiata, soprattutto per la vicenda Paul is dead, e la più riprodotta. Chiunque si rechi a Londra oltre che con il big bang si fa fotografare sulle strisce pedonali di Abbey Road. Come tutte le icone è stata spesso citata o rifatta. Il caso più celebre quello di The Abbey Road E.P., dei Red Hot Chili Peppers che  ha la copertina con i membri del gruppo intenti ad attraversare lo stesso passaggio pedonale e completamente nudi con un calzino sul sesso. Lo stesso McCartney, con riferimento alla leggenda della sua morte, riprese l&#8217;immagine nella copertina del suo album dal vivo Paul Is Live.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I – Led Zeppelin</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-drQkyLdt_lg/URup8IuYF6I/AAAAAAAAAsQ/l7-qnUn4508/s1600/Led-Zeppelin-I.jpg" width="343" height="343" /></p>
<p>L’inquietante immagine bianco e nero con la sagoma dello Zeppelin Hindenburg che precipita che si trova sulla copertina del primo disco dei Led Zeppelin è entrata di diritto nella storia per semplicità e forza. Il fotogramma risale al 6 maggio 1937.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>London Calling – The Clash</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/3/3c/London_Calling.jpg" width="300" height="300" /></p>
<p>La furia distruttrice di Paul Simonon che distrugge il suo basso sul palco del Palladium di New York, il 21 settembre 1979 diventa subito un’icona del punk. Una foto istantanea scattata da Pennie Smith montata sulla grafica che riprende il primo album di Elvis Presley scavalcandolo nel giro di pochi anni per diffusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>The Velvet Underground and Nico</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://media.npr.org/assets/img/2010/06/21/velvet_underground_custom_custom-e3a6d0f3c8efb5bbf5710c55642705aea71b4386-s6-c10.jpg" width="341" height="341" /></p>
<p>L’esordio della band di Lou Reed beneficia di una delle icone più semplici e geniali di Andy Warhol. Per una band esordiente non mettere nome e titolo sulla copertina era più che una scommessa. Al contrario c’era la firma dell’autore della copertina. Le prime copie avevano la banana sbucciabile, si toglieva un adesivo ed era una banana rosa pisello. Icona che ha decisamente schiacciato il seppur stupendo album.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sticky Fingers – The Rolling Stones</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.intheflesh.it/wp-content/uploads/2013/04/rolling-stones.jpg" width="343" height="343" /></p>
<p>In qualche modo quella del mitico disco degli Stones è sorella del banana album. Non solo per l’autore, anche qui la firma è di Andy Warhol, ma anche per il forte richiamo sessuale. La si sbucciava la banana qui si abbassa la cerniera dei jeans. Nel 2003, il canale televisivo VH1 ha nominato quella di Sticky Fingers la &#8220;migliore copertina di album di sempre&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nevermind – Nirvana</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://rolloverbeethoven.it/wp-content/uploads/2012/07/nirvana-nevermind.jpg" width="307" height="307" /></p>
<p>Uil bimbo sott’acqua che insegue il dollaro. Unica cover degli anni ’90 che è entrata davvero nella mitologia delle immagini. Il bimbo fotografato si chiama Spencer Elden è aveva 4 mesi al tempo dello scatto. La piscina era a Pasadena. I genitori percepirono 150 dollari per lo scatto. La band per riconoscenza donò al ragazzo il disco di platino dell’album.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ramones – Ramones</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src=" http://1.bp.blogspot.com/_nGF9Qtyj-Bs/TJEzKdtUC4I/AAAAAAAACLk/YPxpMWQEzsM/s1600/ramonesprimoalbum.jpg" width="343" height="343" /></p>
<p>I quattro fratellini  Ramone fotografati da Roberta Bayley di fronte al mitico locale di New York club CBGB&#8217;s disegna uno stile che non è ancora morto e che  nel 1976 non esisteva ancora. Lo stile del metal e del punk: jeans sdruciti e strappati al ginocchio, scarpe da tennis consunte, giubbotti in pelle nera e portano tutti quanti i capelli lunghi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Iron Maiden – Iron Maiden</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.rollingstonemagazine.it/img/iron.jpg" width="373" height="368" /></p>
<p>Nel 1980 fu uno shock. Il terribile zombie Edward The Head, detto Eddie, che appariva sulla copertina dell’esordio degli Iron Maiden. Creato da Derek Riggs sarà sulle copertine di tutti i dischi della band di Steve Harris. Anche su Eddie è stato detto tutto, addirittura la sua storia è stata ipotizzata dalle pose e dagli stili delle copertine. La fortuna della band si deve anche a questa fortunatissima icona, la più conosciuta tra le mascotte metal.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Master of Puppets – Metallica</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.rockgarage.it/wp-content/uploads/2012/03/Metallica-Master-Of-Puppets.jpg" width="300" height="300" /></p>
<p>Le due enormi mani che tirano i fili di una fila di tombe in un cimitero militare è l’icona che proietta i Metallica nel mito degli anni ’80 del thrash. Un disegno che detta lo stile del gruppo e chiude un epoca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>ARTE &#8211; Quando la Madonna scopriva il seno (il culto della Madonna del Latte)</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 19:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[concilio di trento]]></category>
		<category><![CDATA[latte]]></category>
		<category><![CDATA[madonna del latte]]></category>
		<category><![CDATA[melun]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Una splendida Maria, si la Madonna, a seno scoperto che lascia scendere dal seno in bella vista del latte materno nella bocca di un Santo, di un alto prelato oppure di altri personaggi legati alla religione cristiana. No, non sto descrivendo una scena di un qualche oscuro film di serie B del filone Nunsploitation (film [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Una splendida Maria, si la Madonna, a seno scoperto che lascia scendere dal seno in bella vista del latte materno nella bocca di un Santo, di un alto prelato oppure di altri personaggi legati alla religione cristiana. No, non sto descrivendo una scena di un qualche oscuro film di serie B del filone <em>Nunsploitation</em> (film erotici con suore protagoniste) ma una delle tante rappresentazioni di un’iconografia cristiana presente e radicata per due secoli e stroncata dal Concilio di Trento nel  1543 nel nome della sensualità negata alla donna e alla Madonna in generale che doveva diventare un icona asessuata.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 340px"><img class=" " alt="" src="http://www.unannoadarte.it/normaecapriccio/img/galleria/Fig.%2011.jpg" width="330" height="412" /><p class="wp-caption-text">Madonna del suffragio dello spagnolo Machuca</p></div>
<p>La serie di icone, quadri e rappresentazioni aveva anche un nome latino ben definito: <em>Madonna lactans</em> o <em>Virgo Lactans</em>, a cui spesso si aggiungeva<em> monstra te esse matrem</em>, ovvero mostrati madre di tutti, che non è null’altro che un passaggio della preghiera <em>Ave Maris Stella</em>, una antica preghiera che risale addirittura al 500.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono stati tanti i grandi maestri a cimentarsi nella serie iconografica della <strong>Madonna del Latte</strong>. Il più famoso caso si chiama <em>Dittico di Melun</em>, un dipinto su tavola di<strong> Jean Fouquet</strong> risalente al 1450 e oggi smembrato in due parti che si trovano nella Gemäldegalerie di Berlino e al Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa. Un opera che era stata commissionata per la Cattedrale di Melun (la cittadina francese gemellata con Crema). Il pannello di destra, quello più aderente all’iconografgia della Madonna del latte mostra la Vergine in trono che scopre un seno per allattare il Bambino, circondata da uno stuolo di cherubini blu e serafini rossi. Ed è bellissimo, oltre che estremamente sensuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 285px"><img class="  " alt="" src="http://www.alessiocadamuro.com/blog/wp-content/uploads/2011/02/76667_470898559916_651509916_5418199_1173316_n.jpg" width="275" height="302" /><p class="wp-caption-text">Il Dittico di Melun di Jean Fouquet</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma anche nel campo si cimentarono anche<strong> Leonardo Da Vinc</strong>i (Madonna Litta),  <strong>Robert Campin</strong>, (Madonna del parafuoco), <strong>Jan van Eyck</strong> (Madonna di Lucca),  <strong>Giovenone</strong> (Trittico Raspa), <strong>Andrea Pisano e Nino Pisano</strong> (Madonna del Latte) e il  <strong>Correggio</strong>, (Madonna del Latte e un angelo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’iconografia aveva un’origine ben precisa: il culto della dea egiziana Iside spesso rappresentata nell’atto di allattare il figlio Horus. Un culto che si intreccia con il cristianesimo al punto che alcune statue di Iside vennero venerate come Madonne. Addirittura per un certo periodo  si diffuse l&#8217;uso di custodire nelle chiese come reliquie ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle puerpere che lo avessero perso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel trecento le rappresentazioni iconografiche della madonna del latte perdono lo stile stilizzato e frontale delle icone bizantine e diventano veri capolavori molto realistici  con i seni in bella vista, tanto che il critico<strong> Leo Steinberg</strong> sostiene che l&#8217;esposizione del seno e la rappresentazione realistica del bambino “forniva ai credenti l&#8217;assicurazione che il Dio attaccato alla mammella di Maria si era fatto uomo, e che colei che sosteneva il Dio-uomo, nella sua pochezza, si era garantito infinito credito in Cielo”.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 306px"><img class="      " alt="" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/24/Madonna_Litta.jpg" width="296" height="377" /><p class="wp-caption-text">La Madonna Litta di Leonardo da Vinci</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un umanizzazione che si diffuse a macchia d’olio, soprattutto nele campagne tanto che nel 1543 il <em>Concilio di Trento</em> dedicò un intera sessione alla cosa e con il decreto De invocatione, veneratione, et reliquiis sanctorum et sacris imaginibus mise in chiaro che le immagini di natura sensuale erano proibite in quanto potevano fuorviare la fede e la rappresentazioni di Maria a seno scoperto potevano essere di inciampo per i fedeli. Uno dei più feroci contro riformatori del culto della Madonna del Latte fu a Milano <strong>Carlo Borromeo</strong> che fece ritoccare decine di quadri e cambiare nome ad altrettante chiese cancellando nelle nostre zone questo culto così sensuale che rendeva decisamente più materna e vicina alle persone la Madonna, che però forse in quel tipo di rappresentazione era decisamente troppo donna. E si sa. Le donne hanno da sempre qualche problemino in certi ambienti.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>CINEMA &#8211; &#8220;per fare cinema serve solo una cinepresa e libertà&#8221; (è morto Jess Franco)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2013 15:18:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[jess franco]]></category>
		<category><![CDATA[lina romay]]></category>
		<category><![CDATA[zio jess]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Credevamo che fosse eterno. La notizia arriva tramite il sito www.sensacine.com, il regista cult spagnolo Jesus Franco, lo zio Jess, se ne è andato il 2 aprile del 2013 in un ospedale di Malaga, dove era ricoverato a seguito di un ictus. Aveva 83 anni e aveva appena festeggiato il ritorno di un suo film [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Credevamo che fosse eterno. La notizia arriva tramite il sito <a href="http://www.sensacine.com/">www.sensacine.com</a>, il regista cult spagnolo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jes%C3%BAs_Franco"><strong>Jesus Franco</strong></a>, lo zio Jess,<strong> se ne è andato il 2 aprile del 2013 in un ospedale di Malaga</strong>, dove era ricoverato a seguito di un ictus. Aveva 83 anni e aveva appena festeggiato il ritorno di un suo film sul grande schermo, dopo dieci e passa anni di uscite solo in Dvd per il mercato dell’home video.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 386px"><img class=" " alt="" src="http://media.avclub.com/images/273/273824/16x9/627.jpg?1207" width="376" height="211" /><p class="wp-caption-text">Jess Franco in una recente immagine</p></div>
<p>L’opera che chiude la sua mastodontica filmografia, in cui anche per gli appassionati è difficile districarsi, si parla di oltre 200 film quasi tutti girati in versioni differenti (anche molto differenti l’una dall’altra) per una esagerazione di almeno 1000, si mille, film da vedere, si intitola <a href="http://robertmonell.blogspot.it/2012/07/al-pereira-vs-alligator-women-2012-jess.html?zx=d8ac17e3464a2576"><em>Al Pereira vs. the Alligator woman</em></a>, è stata interamente girata nella sua Malaga, dove da qualche anno si era ritirato, ed era uscito nelle sale in Spagna il 22 marzo scorso. Il film era stato presentato l’11 ottobre del 2012 al Sitget festival e faceva parte del percorso di rivalutazione del grande regista spagnolo. Un grande lavoro che è al di la dall’essere completato e che adesso, speriamo, inizierà in maniera seria con il recupero e la riproposizione dei sui capolavori exploitation, vere perle di psichedelica cinematografica girate spesso con scarsi o nulli mezzi economici, con attori di serie Z, con difficoltà di produzione e per la maggior parte irreperibili, o ristampati in maniera completamente casuale da piccole case produttrici di mezzo mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 379px"><img class="    " alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-tma3BeZunH4/UStZ-F8UWJI/AAAAAAAACSU/gLzYeWq3CAk/s1600/AL+PEREIRA+1.jpeg" width="369" height="207" /><p class="wp-caption-text">Lo zio Jess sul set dell&#8217;ultimo film</p></div>
<p>Si perché il culto dello zio Jess è sotterraneo e vitale ma continua a rimanere una cosa per pochi iniziati al cinema di genere. In Italia per iniziare a farsi un’idea della sua infinita produzione si possono recuperare i due numeri monografici speciali che la rivista di settore <a href="http://www.nocturno.it/"><em>Nocturno</em></a> ha dedicato al regista alcuni anni fa, o ancora  il bel libro <em>Jess Franco – tutto sul suo cinema spiazzante da Orson Welles alla pornografia</em>, edito dalla libreria<a href="http://www.profondorossostore.com/"> Profondo Rosso</a>. Un ottimo inizio per iniziare a muoversi nell’infinita filmografia del regista che viene troppo spesso ricordato solamente per <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-vampire-innamorate-vampyros-lesbos-jess-franco/"><em>Vampyros Lesbos</em></a>, l’horror erotico del 1971 in cui Franco ebbe la geniale intuizione dell’unione tra vampirismo e sesso, dove la morte sopraggiunge per orgasmo e non per morso sanguinario. Un intuizione che svilupperà ulteriormente due anni dopo con <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-le-mille-vite-della-contessa-irina-jess-franco-e-la-comtesse-noir/"><em>La comptesse noire</em></a>, il film che racconta la vicenda vampiresca erotica della contessa Irina von Karlstein, interpretata dalla sua musa di sempre <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-la-scomparsa-di-lina-romay-ciao-comtesse-noire/"><strong>Lina Romay</strong></a>, diventata poi sua moglie, protagonista di oltre 100 pellicole e fedele al maestro fino alla morte avvenuta nel febbraio del 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-0uXSP8tW2X0/T5yqdPlYn9I/AAAAAAAATbg/CmhfAQeXb3w/s1600/Lorna-The-Exorcist-Lina-Romay-12.jpg" width="400" height="279" /><p class="wp-caption-text">Lina Romay, moglie e musa dello zio Jess</p></div>
<p>Ma la filmografia enorme dello zio Jess non si può circoscrivere a questi due film, tra i suoi più noti. Nel corso della sua storia ha avuto intuizioni geniali che erano li, da vedere da proporre. Come quando con <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-jess-franco-levoluzione-della-vampira-sessuale-doriana-gray/"><em>Doriana Grey</em></a> riprese il mito del doppio del romanzo di Oscar Wilde ribaltandolo però sulla sessualità femminile, il vero fulcro di tutta la sua cinematografia, dove una delle gemelle si masturba repressa e a godere è la gemella internata. Oppure ancora come nel pazzo <a href="http://www.imdb.com/title/tt0186417/"><em>El ojete de Lulu</em></a> del 1985, dove la voce narrante e il protagonista era l’ano della protagonista. Intuizioni che in qualsiasi altro sarebbero diventate caciarone, folli, improponibili, e che in lui erano invece il vero fulcro di una cinematografia <strong>che aveva uno zenith, la superiorità femminile, e un nadir, la demenza maschile.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche nei film degli esordi, che in fondo erano solo classici horror degli anni ’50, c’era già il tocco poetico psichedelico che ha fatto del regista iberico il più grande mito underground di tutti i tempi, e probabilmente il regista più prolifico mai esistito. La professionalità di Franco, comunque, non è mai stata messa in discussione. Le poche volte che ha avuto dei budget decenti e ha lavorato con attori che non fossero del tutto analfabeti del cinema ha partorito film di tutto rispetto come  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_conte_Dracula_%28film_1969%29"><em>Il Conte Dracula</em></a> con <strong>Klaus Kinsky e Christopher Lee.</strong> Tanto da meritarsi il rispetto e la fiducia da parte di un vero grande del cinema, <strong>Orson Welles</strong>. E’ stato, infatti, Jess Franco a portare a termine il capolavoro incompiuto del regista di Quarto Potere, quell <a href="http://emamandelli.altervista.org/cinema-lincredibile-storia-del-don-chisciotte-di-orson-welles-terminato-dallo-zio-jess/"><em>Don Chishiotte</em></a> che impegno per 40 anni di follia e ossessione Welles.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 333px"><img class=" " alt="" src="http://content8.flixster.com/photo/10/12/67/10126726_gal.jpg" width="323" height="264" /><p class="wp-caption-text">Un fotogramma dal Don Chishiotte</p></div>
<p>Perche Jess Franco non era un mestierante del cinema, come l’amato<strong> Bruno Mattei</strong>. La definizione che da di lui<strong> Jose Manuel Serrano Cueto</strong>, nel libro succitato edito dalla Profondo Rosso, è perfetta:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Jesus Franco è un autore sperimentale e, contrariamente a quello che lui stesso pensa, è un artista piu che un semplice narratore di storie, le quali per inciso. Dio solito sono inferiori alla sua proposta estetica. Forse mi sbaglio ma a Franco interessa il contenuto solo nella misura in cui lo subordina alla forma, senza la quale non avrebbe ragione di essere. Una delle sue inquadrature sghembe esprime più di qualsiasi convenzionalismo filmico. Per questo il regista elegia tanto le possibilità delle macchine da presa digitali che gli consentono una maggiore libertà creativa non essendo soggette alla schiavitù della celluloide”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Uno che avrebbe potuto fare grandi cose ma che, rispondendo alla domanda Hai sempre fatto quello che hai voluto, in una lunga intervista corpo centrale del libro della Profondo Rosso, risponde:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>No, no… mi sono mancati solo più mezzi. Questo forse è stato il mio unico ostacolo, ma come ho già detto tante volte parafrasando Luis Garcia Berlanga: per fare cine serve solo una macchina da presa e libertà- Sono stato aiuto regista di Berlanga e ho vissuto tutta al sua sofferta esperienza con i produttori italiani che volevano gestire le cose in un modo diverso dal suo. Ricordo un giorno in cui Paolo Moffa venne alle riprese, vide l’ultima proiezione di quello che si era fatto e andò verso Berlanga dicendogli che era uno stronzo e un figlio di puttana. Siccome Berlanga ha carattere gli disse semplicemente: Si io sarò uno stronzo ma tu levati di li che non mi fai vedere il provino. Bene alla fine di questo dialogo con Moffa, quando oramai eravamo soli, Berlanga mi disse che era il nostro lavoro tutto una merda e che era terribile essere subordinati a dei tizi che maneggiavano, manipolavano e fanno di te tutto quello che gli pare. E allora mi disse quella frase che per fare del buon cinema servono soli due cose: una macchina da presa e la libertà”</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Libertà che lo stesso Franco spesso non ha avuto nella sua carriera. Costretto a infiniti montaggi diversi dei suoi film per adattarli ad ogni infimo mercato. Inserendo scene hard per la Germania, cambiando i riferimenti erotici per la Spagna dell’altro Franco, allungando le parti parlate per l’Italia, cambiando musiche per la Francia. Così che di ogni film, come abbiamo detto, esistono versioni su versioni e anche i franco mani più accaniti non conoscono tutto il corpo di un regista che può essere considerato il Frank Zappa della celluloide.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 356px"><img class="  " alt="" src="http://img360.imageshack.us/img360/3605/bscap0336vb.jpg" width="346" height="230" /><p class="wp-caption-text">Un fotogramma di Greta la donna bestia</p></div>
<p>Rincorrerlo può diventare una ossessione che prosciuga il tempo alla ricerca di un oscuro rip di quel film fatto da un appassionato quella notte in cui passo censurato per una tv slovena, poi sottotitolato in inglese e arricchito di inserti trovati abbandonati in uno studio. Adesso che se ne è andato forse qualcuno si deciderà a mettere ordine. Noi che per anni abbiamo inseguito le sue tracce ci sentiremo un po’ violentati dall’esportone di turno che verrà a dirci quanto era grande questo uomo, morto il 2 aprile del 2013 a 83 anni. E si che noi lo sapevamo, da anni, ma ci hanno sempre dato dei pazzi.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Comunicazione integrata in campagna elettorale: chi ha vinto, chi ha perso</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 12:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Quello che è successo durante la campagna elettorale per le elezioni del 24 e 25 febbraio del 2013 con buona probabilità sarà ricordato nei libri di storia, e di sociologia, degli anni avvenire. Questa tornata elettorale indubbiamente ha avuto una particolarità: si è giocata su diversi fronti a livello di comunicazione tanto che i diversi [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p style="text-align: left;">Quello che è successo durante la campagna elettorale per le elezioni del 24 e 25 febbraio del 2013 con buona probabilità sarà ricordato nei libri di storia, e di sociologia, degli anni avvenire. Questa tornata elettorale indubbiamente ha avuto una particolarità: si è giocata su diversi fronti a livello di comunicazione tanto che i diversi schieramenti, e il loro elettorato, si stupiscono che gli avversari utilizzando mezzi di comunicazione diversi dai propri hanno ottenuto risultati eclatanti.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"> <img class="aligncenter" alt="" src="http://latinlink.usmediaconsulting.com/wp-content/uploads/2012/12/Social-media.jpg" width="370" height="332" /></p>
<p style="text-align: left;">La parola d’ordine è sembrata essere: tutti in rete appassionatamente. E’ un difetto classico italiano questo. Si cerca di utilizzare il mezzo più nuovo, quello più cool, senza conoscerne realmente la portata e la profondità, oltre che i meccanismi, e poi ci si lamenta che non ha riportato i risultati sperati. In questo è sintomatica la scelta di campo di <strong>Silvio Berluscon</strong>i e del Pdl. La rete in campagna elettorale l’ha completamente ignorata per dedicarsi completamente alla presenza assidua in televisione, mezzo giudicato obsoleto ma evidentemente vicino al suo elettorato, che è quello over 60, composto, dicono le statistiche, di pensionati, di donne, di casalinghe. Le promesse e i sorrisi reiterati dispensati dai salotti televisivi funzionano e hanno presa su questo pubblico. E i dati delle urne lo hanno dimostrato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendiamo solamente la promessa sulla restituzione dell’Imu. In rete è stata una dei tormentoni più divertenti che hanno preso piede, con la pagina di Facebook Berlusconi restituisce cose finita anche sui media nazionali per il numero impressionante di adesioni. Ma è ovvio che queste migliaia di internauti, che hanno gli anticorpi per comprendere certe boutade, e il pubblico dei salotti televisivi non collidono neppure in minima parte. La battuta del portale <em>Spinoza</em> che il calo elettorale del Pdl dal 2008 ad oggi è dovuto al fatto che molti anziani sono morti è macabra ma non è poi così distante dalla realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Berlusconi poi dopo le elezioni ha affidato il messaggio distensivo, l’amo rivolto al Pd per la formazione del governissimo, a Facebook. Un caso che non sia andato da Vespa o dalla D’Urso? No, certo che no. Quel messaggio infatti non era rivolto al suo elettorato ma ad altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il caso più emblematico di errore clamoroso di comunicazione è indubbiamente quello del Pd. La formazione che è arrivata prima alle elezioni, pur perdendole, si trova a livello comunicativo nelle “terre di mezzo”. In campagna elettorale ha messo in atto un terribile pastrocchio tra mezzi nuovi e mezzi vecchi, prediligendo poi le armate della carta stampata a supporto. Anche qui bisogna partire da una battuta, il Crozza/Berlusconi che considera che viene attaccato dalle grandi e paludate testate straniere e dice: “coglioni, chi capisce l’inglese? In quanti le leggono? E in quanti leggono Chi?”. Perfettamente calzante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su 60 milioni di cittadini in Italia in quanti conoscono sufficientemente l’Inglese tanto da capire un articolo di fondo del Financial Times? Quanti al di fuori delle solite élite radical chic capiscono certi riferimenti? Sono quelli barricati nei salotti culturali della sinistra, tanto bene stigmatizzati nel profetico film: <em>Le ombre rosse</em>, firmato nel 2009 da <strong>Francesco Citto Maselli</strong>, che si svolge in un centro sociale giovanile dove cercano di entrare degli intellettuali che non capiscono cosa realmente succede alla società, tanto è vero che Maselli aveva inizialmente scelto il titolo di lavoro Anni Luce spiegando che serviva: “per indicare la distanza abissale che si è creata tra politici di sinistra e realtà”. Soprattutto l’élite, la nomenclatura di certa sinistra è ancora rinchiusa nella sua torre di cristallo a pensare che il popolino non meriti approfondimento sociologico e che solo da loro risieda la verità infusa, salvo poi per questo sbagliare un rigore a porta vuota.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-TqfK30lKaPQ/UA8bnCjwrEI/AAAAAAAAEHk/pYwaqOlTTys/s1600/Media-Monopoly%5B1%5D.jpg" width="384" height="205" /></p>
<p>Il Pd soprattutto ha puntato su una comunicazione ibrida. Sotto tono sia in tv che sui nuovi social media, che non sono decisamente utilizzati come dovrebbero essere, qualche caso sporadico a parte (tipo <strong>Matteo Renzi</strong>). Andare in televisione a combattere con le promesse farlocche di Berlusconi parlando di austerità, senza promesse elettorali, essendo terribilmente realisti al limite del catastrofico è stato un suicidio. Lo stesso Monti, che anch’esso ha sbagliato completamente tattica dandosi anima e corpo ad un guru americano che lo ha snaturato, in televisione ha fatto promesse antitetiche a quello che stava facendo al governo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sull’altro versante il Pd ha utilizzato la rete poco e male. Pagine Facebook e profili Twitter istituzionali, dove è evidente che c’è uno staff che cura i comunicati rimandano solo una immagine fredda e poco social frendly da vecchio modo di concepire la rete: cioè una stramberia nerd noiosa e incomprensibile ma necessaria. Per questo affidata a qualcuno che fino a ieri si era occupato di media classici e che in questa nuova marea si trova assolutamente spiazzato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fallimento di Rivoluzione Civile di<strong> Antonio Ingroia</strong> è sintomatico. Basti fare un esempio parlando dei candidati del movimento nella circoscrizione Lombardia 3. Un movimento che ha voluto presentarsi come civico ma che in realtà mascherando il tentativo ultimo di salvezza di alcuni vecchi marpioni della politica, e per questo sgamato dagli anticorpi della rete, tra parentesi ignorando di possedere un brand conosciuto e votato come quello della Falce e martello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dicevemo di Lombardia 3, qui il movimento ha paracadutato due esimi sconosciuti: un giornalista 63enne bolognese  e una giovane calabrese, ben lontani dal territorio cremonese quindi. Il primo è un classico esempio di vecchio standard culturale sinistroide: laureato in Scienze Politiche all&#8217;Università di Bologna, giornalista, redattore del programma televisivo Samarcanda e poi del Tg3, capo redattore a Rainews24 che dichiara di essere fondatore di una scuola giornalistica che insegna ad utilizzare i nuovi media. Stessa cosa per la Falcone. Salvo poi controllare lo scarso utilizzo e lo scarso appeal che i due hanno con quello che è stato il social network emergente: Twitter appunto. Solito problema: cultura sinistroide impiantata dove non funziona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Micro esempi che portano a macro esempi. Clamoroso quello dell’account Senatore Monti. Il professore da algido bocconiano rappresentato come un robot ha cercato una improbabile metamorfosi fatta di presenziate televisive, battute ironiche agghiaccianti e la presenza in rete con un account piuttosto utilizzato ma decisamente male. Monti si è affidato ad un guru della comunicazione americano che ha confuso gli Usa con l’Italia. Non è possibile pianificare a tavolino lo sbarco su alcuni mezzi sociali. La rete, come detto, si è fatta nel corso degli anni parecchi anticorpi e coglie al volo le sfumature tra chi ha un vero interesse nel mezzo sociale e chi ne sta facendo mero uso politico dell’ultima ora. Tanto è vero che nel periodo dello sbarco della classe politica italiana in Twitter un hasthag che divenne utilizzatissimo in quel periodo fu: #ioerosutwitterquando, a significare la difesa del territorio da parte del popolo nerd della rete allergico alle mode.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’assunto della filosofia sociale è che ci si pone senza filtri, per cui più umani ma anche più esposti alle bordate di critica. Una delle prime cose da sapere è che non è possibile presentarsi n maniera istituzionale ne tanto meno mentire. Un secondo dopo aver sbagliato una valutazione o mentito su un fatto ci saranno decine, centinaia, di internauti pronti a dire dove e come abbiamo sbagliato e a rendere virale la figuraccia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>C’è una via per l’utilizzo corretto? Si. Una ricetta da applicare? No.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Risposte antitetiche per dire che è davvero difficile trovare il modo di mixare in maniera sensata l’utilizzo dei vari mezzi di comunicazione che oggi vengono messi a disposizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La formazione vincitrice della tornata elettorale, il Movimento 5 Stelle, utilizza in toto i mezzi sociali di internet. Per cui per una buona parte degli italiano è un corpo completamente estraneo. Anche per la scelta reiterata di stare lontano dalla televisione, vista come un modo per sporcarsi con le vecchie logiche comunicative. Scelta vincente? Si e no.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così facendo si rischia di ribaltare emulandolo il sistema tanto criticato della casta. Essere tra la gente e non casta, stare lontani dai salotti televisivi, parlare poco ai giornali ed essere autoimmuni fa del M5S una casta della rete. Avvicinabile solo se si possiedono i mezzi tecnici e conoscitivi. Un modo che andava benissimo fino a che la realtà era di base, nonostante una forte conformazione leaderistica che spesso ha fatto urlare certa sinistra alla deriva autoritaria. Quando sei una forza di governo votata da un quarto degli elettori devi essere potabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il giorno dopo alla proclamazione dei risultati si è scatenata una crisi per la presunta ingovernabilità a seguito di un post sul blog di Grillo. Post e blog: due parole che il popolo del Pdl non conosce e non comprende in una sola frase. Evitando considerazioni sul fatto che il leader non eletto cerchi di dettare la linea a 109 deputati e 54 senatori eletti, se così fosse altro che deriva autoritaria da uomo forte, altro che dittatura della rete, si può considerare che il M5S ha saputo di certo a livello comunicativo spostare i media tradizionali sul proprio campo di battaglia.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" alt="" src="http://www.seminariomaggioredibasilicata.it/mass-media.jpg" width="382" height="237" /></p>
<p>Lo abbiamo già visto. L’appeal della rete ha catturato tutti, tranne il caimano che ha fondato il suo impero sulla tv. Infatti uno dei fenomeni più discussi della campagna elettorale è stato il Live Tweet, che paradossalmente rivitalizza il mezzo più sclerotizzato: la tv appunto. L’abitudine di seguire dibattiti, confronti, eventi televisivi politici e commentarli tutti assieme su Twitter come se si fosse un vecchio gruppo di ascolto, e il giorno dopo i giornali a riportare le battute e i commenti più virali. Crossover tra media? Forse, o forse no, solo nuovo modo di fruire vecchie risorse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo panorama mutevole è difficile ipotizzare quale sarà la campagna elettorale comunicativa del domani. Dopotutto in Lombardia qualcuno ha considerato che il candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli abbia perso per la scarsa presenza fisica nei territori rurali. Il corpo del leader dopotutto deve essere esposto anche fisicamente. Nelle città e nelle aree metropolitane ha conquistato la fiducia. Così laddove ha potuto presentarsi e farsi toccare. Nei territori isolati dove si vota Lega come se fosse una religione invece no. Non sono serviti gli scandali di casa Bossi e del Celeste a svuotare il serbatoio di votanti. Manco sono arrivati qui certi scandali. L’eco di queste cose è solo sui giornali “della sinistra” che nelle valli bergamasche non vendono come a Milano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quante platee ci sono allora a cui rivolgersi per fare una comunicazione integrata efficiente? Ne abbiamo individuate già 4. Quella televisiva, quella della rete, quella dei giornali e quella delle piazze. Piazze che rimangono fondamentali. Mentre il Pd chiudeva la campagna elettorale in un teatro con l’élite il M5S faceva fare al leader un bagno di folla in piazza San Giovanni. Le foto di quell’evento sono particolari. In piazza non sventolano bandiere ma cellulari per immortalare e rilanciare in diretta l’evento in rete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopotutto la rete è una piazza all’ennesima potenza, solo virtualizzata. Allora possiamo pensare di fare a meno in toto in futuro dei filtri dei media tradizionali, tv e giornali, a favore dell’accoppiata piazza/piazza (reale e virtuale?) Siamo in un mondo dove tutti hanno a disposizione i mezzi tecnici per documentare le notizie mentre accadono in tempo reale e smentire l’informazione tradizionale. I casi della primavera araba sono sintomatici. Ci fanno dire che forse potrebbe non esistere un giornalismo professionale?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io credo di no. Serve sempre comunque qualcuno preparato che sia in grado di filtrare la marea di informazioni prodotta dall’utenza, senza dubbio oggi più viva e consapevole. Rimane irrisolta la domanda iniziale; quale ricetta per la comunicazione? Io direi stare in ascolto delle istanze di base e sapere esserci prima che i riflettori vengono puntati sul prossimo mezzo trainante. Difficile? Si indubbio.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>RACCONTI &#8211; Piero Manzoni, un geniale romantico cialtrone a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 14:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Il 6 febbraio del 1963, all&#8217;età di ventinove anni, un attacco di cuore portava via un artista geniale: Piero Manzoni. A 50 anni dalla scomparsa dell&#8217;artista cremasco ripropongo il racconto che scrissi alcuni anni fa su di lui e contenuto nel libro Bodyart jazz. &#160; “Mamma che ne dici di un romantico a Milano? Fra [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><blockquote><p>Il 6 febbraio del 1963, all&#8217;età di ventinove anni, un attacco di cuore portava via un artista geniale: Piero Manzoni. A 50 anni dalla scomparsa dell&#8217;artista cremasco ripropongo il racconto che scrissi alcuni anni fa su di lui e contenuto nel libro Bodyart jazz.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Mamma che ne dici di un romantico a Milano? Fra i Manzoni preferisco quello vero: Piero”, cantano i Baustelle. Chissà cosa avrebbe pensato Alessandro Manzoni di quel pro nipote degenere che inscatolava la merda, e per questa è diventato famoso. Avrebbe pensato probabilmente tutto il male possibile di uno sfaccendato che metteva le persone su un piedistallo chiamato base magica facendo di ognuno un opera d’arte.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" title="Piero Manzoni " src=" http://www.pieromanzoni.org/IMAGES/Biografia/manzoni_autografo.jpg" alt="" width="232" height="310" /></p>
<p>Ma anche il mondo è stato opera d’arte per Piero, la base magica due era impiantata capovolta a sostenere tutto il mondo. La totalità del mondo per uscire dalle cornici perché: “il quadro è finito; una superficie d&#8217;illimitate possibilità è ora ridotta a una specie di recipiente . Perché invece non vuotano questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura ed assoluta?”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cosa aspettarsi da uno che ha fatto il liceo con Nanni Balestrini e Vanni Scheiwiller, uno amico di Lucio Fontana prima che divenga Lucio Fontana, uno che avrà una nipote martire dall’arte?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Volevo solo rendere l’arte incolore, Achromes. Come quelle tele  ricoperte di gesso grezzo, caolino, su quadrati di tessuto, feltro, fibra di cotone, peluche o altri materiali, sue opere più famose dopo la merda. I Nucleari e il Gruppo zero di Düsseldorf. La radicalizzazione della vita, fino a morire a soli 30 anni per infarto nel suo studio milanese in una via che ora porta il suo nome. Estremizzazione. Come quando tra il 1959 e il 1961 prende a disegnare solo linee. Sempre più lunghe. Su rotoli di carta che poi vengono sigillati in contenitori cilindrici. La più lunga, sette chilometri e 200 metri, è seppellita non si sa dove a Herning in Danimarca. “Perché preoccuparsi di come collocare una linea in uno spazio? Una linea si può solo tracciarla, lunghissima, all’infinito…l’unica dimensione è il tempo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 317px"><img class="    " src="http://jalehmansoor.files.wordpress.com/2011/03/4-7-4-8-manzoni-living-sculpture-1961-copy1.jpg" alt="" width="307" height="363" /><p class="wp-caption-text">Piero Manzoni firma una modella</p></div>
<p>Ma di tempo non ne ha molto. Riesce a formare opere d’arte bollite, uova sode, che vengono consumate durante la mostra, firma una scarpa del pittor Mario Schifano e la dichiara opera d’arte, firma delle modelle, e poi il suo pubblico dichiarandoli opere d’arte e mandando in totale corto circuito l’arte. Vende la sua merda a peso d’oro realizzando che gli estremi tra alto e basso, tra corpo e arte, tra genialità e cialtroneria, si tocchino.</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinema &#8211; 100 film per affascinare un neofita del cinema</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 16:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Mi è stata chiesta una cosa semplice ma che mi ha completamente fatto partire. Se dovessi consigliare 10 film ad una persona che non sa nulla di cinema, dieci film per cercare di farlo appassionare alla settima arte, che film gli consiglieresti? Per cui non i grandi capolavori, non i miei personali dieci film, dieci [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Mi è stata chiesta una cosa semplice ma che mi ha completamente fatto partire. <strong>Se dovessi consigliare 10 film ad una persona che non sa nulla di cinema, dieci film per cercare di farlo appassionare alla settima arte, che film gli consiglieresti?</strong> Per cui non i grandi capolavori, non i miei personali dieci film, dieci film per far amare il cinema ad un neofita. Ebbene di film ne ho messi in fila 100.</p>
<div id="attachment_3088" class="wp-caption aligncenter" style="width: 440px"><a href="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/01/locandine.jpg"><img class=" wp-image-3088  " title="locandine" src="http://emamandelli.altervista.org/wp-content/uploads/2013/01/locandine-1024x727.jpg" alt="" width="430" height="305" /></a><p class="wp-caption-text">locandine secondo Google</p></div>
<p>Non ho saputo resistere. Non sono in ordine di bellezza ma nell’ordine incui mi sono venuti in mente seguendo i miei processi mentali. Ci sono grandissime assenze, film che considero fondamentali per la mia formazione, come ad esempio <em>The Wall</em>. Assenze dettate dal fatto che ho reputato che certe visioni pur se fondamentali farebbero fuggire un neofita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco i 100 titoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Io e Annie</li>
<li>Serpico</li>
<li>A qualcuno piace caldo</li>
<li>I soliti sospetti</li>
<li>La rosa purpurea del Cairo</li>
<li>Il buono il brutto il cattivo</li>
<li>The Truman Show</li>
<li>Blues Brothers</li>
<li>Frankenstein Jr</li>
<li>Blade Runner</li>
<li>I guerrieri della notte</li>
<li>1997 fuga da New York</li>
<li>Pulp Fiction</li>
<li>Donne sull&#8217;orlo di una crisi di nervi</li>
<li>Il cielo sopra Berlino</li>
<li>Seven</li>
<li>Taxi Driver</li>
<li>La guerra lampo dei fratelli Marx</li>
<li>Fight Club</li>
<li>V per Vendetta</li>
<li>Psyco</li>
<li>Gran Torino</li>
<li>Carlito&#8217;s Way</li>
<li>Il favoloso mondo di Amelie</li>
<li>Il sorpasso</li>
<li>I Mostri</li>
<li>Arancia Meccanica</li>
<li>Benvenuti a Zombiland</li>
<li>Zombi</li>
<li>Il grande Lebowski</li>
<li>Fargo</li>
<li>Mars Attack</li>
<li>Nightmare before Christmas</li>
<li>The Rocky Horror Picture Show</li>
<li>Jesus Christ Superstar</li>
<li>Tenacius D e il plettro del destino</li>
<li>Across the universe</li>
<li>Morte a 33 giri</li>
<li>Il Laureato</li>
<li>I love radio rock</li>
<li>Brazil</li>
<li>Intrigo internazionale</li>
<li>Freaks</li>
<li>Faster Pussycat Kill Kill</li>
<li>Alien</li>
<li>Incontri ravvicinati del terzo tipo</li>
<li>Il senso della vita</li>
<li>Easy Rider</li>
<li>Fronte del Porto</li>
<li>Gioventù bruciata</li>
<li>Il ribelle</li>
<li>Grease</li>
<li>Arturo</li>
<li>I tre giorni del condor</li>
<li>La vita è una cosa meravigliosa</li>
<li>Danzando sotto la pioggia</li>
<li>Mash</li>
<li>Apocalypse now</li>
<li>Il dottor Stranamore</li>
<li>The Artist</li>
<li>Driver</li>
<li>Profondo Rosso</li>
<li>Nightmare on Elm street</li>
<li>Venerdi 13</li>
<li>Duel</li>
<li>Dune</li>
<li>Guerre Stellari</li>
<li>Sliding doors</li>
<li>Harry ti presento Sally</li>
<li>Mezzogiorno e mezzo di fuoco</li>
<li>Zelig</li>
<li>Il grande dittatore</li>
<li>Fino all&#8217;ultimo respiro</li>
<li>Rain Man</li>
<li>La mosca</li>
<li>Wall-E</li>
<li>Fritz the cat</li>
<li>Il mio vicino Totoro</li>
<li>Quei bravi ragazzi</li>
<li>C&#8217;era una volta in America</li>
<li>Quarto Potere</li>
<li>La finestra sul cortile</li>
<li>Orizzonti di gloria</li>
<li>Fuga per la vittoria</li>
<li>Shining</li>
<li>Il mucchio selvaggio</li>
<li>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</li>
<li>Ombre Rosse</li>
<li>L&#8217;armata Brancaleone</li>
<li>Edward mani di forbice</li>
<li>Il marchese Del Grillo</li>
<li>Non ci resta che piangere</li>
<li>Il Divo</li>
<li>Divorzio all&#8217;Italiana</li>
<li>Ladri di Biciclette</li>
<li>Ratataplam</li>
<li>Milano calibro 9</li>
<li>L&#8217;invasione degli utracorpi</li>
<li>Hollywood party</li>
<li>M il mostro di Düsseldorf</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>RACCONTI &#8211; Esplorandola</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 18:29:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emamandelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><p>Si sentiva come un esploratore. Ma non era un esploratore appena sbarcato su un isola deserta alle prese con i primi rilievi per stendere la cartografia di un nuovo atollo. No, lui stava esplorando altro. &#160; Se ne stava li, come un bambino con i suoi giocattoli. Un bambino che la mattina di Natale trova [...]</p></p><p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="author" href="http://emamandelli.altervista.org/author/emamandelli/">emamandelli</a></p><div class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img src="http://www.saudek.com/photos/85-07.jpg" alt="" width="400" height="263" /><p class="wp-caption-text">Foto di Jan Saudek, da http://www.saudek.com</p></div>
<p>Si sentiva come un esploratore. Ma non era un esploratore appena sbarcato su un isola deserta alle prese con i primi rilievi per stendere la cartografia di un nuovo atollo. No, lui stava esplorando altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se ne stava li, come un bambino con i suoi giocattoli. Un bambino che la mattina di Natale trova doni nuovi e tanto desiderati e non sa più come fare per toccarli tutti. Ma non li usa davvero. Li contempla, li sfiora, li adora. Esploratore o bambino? Difficile dire cosa sai quando sei di fronte a due belle, grandi, morbide e bianche tette. Aveva tanto desiderato il suo seno. Lo aveva guardato e bramato per anni, ne aveva parlato con lei, aveva detto mille volte di invidiare chi poteva disporne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E adesso si ritrovava lì. Con le sue tette tra le mani. Toccale, le aveva detto lei con naturalezza. Non c&#8217;era fisicità animale ma più stupore infantile nella cosa. E allora era iniziata una cosa strana. I due avevano iniziato a parlare di altro. Di quelli di cui abitualmente parlavano in tutti gli anni che si conoscevano. Paure, problemi di salute, tante cose, le tante cose che avevano scoperto di avere in comune. E allora la scena che si fosse presentata ad un osservatore sarebbe stata davvero surreale. Lei seduta sul suo letto, appoggiata ai cuscini, con le gambe stese sul letto e il busto quasi eretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vestita di tutto punto escludendo il seno, scoperto. Indossava una camicetta azzurra a cui aveva aperto i bottoni fino al punto di scoprire il seno. Le sue belle tette bianche e morbide così svettavano. Lui stava seduto con le gambe incrociate tra le gambe di lei. Reclinato verso il seno lo toccava a due mani, lo annusava, lo massaggiava, lo accarezzava, lo soppesava con circospezione, lo strizzava, tastava la consistenza della pelle. Stava studiandone i confini da far combaciare con i confini emotivi di lei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una scena del genere prevederebbe ansimi, gemiti. Invece no. L&#8217;audio sembrava quello sbagliato di un film doppiato male. La voce anche un po&#8217; piatta di due amici che stavano parlando della giornata, della vita, di altro. Una scena surreale e splendida. Una scena sensuale e splendida. Che poteva andare avanti per ore. Perché le tette di lei erano davvero un mondo da esplorare e da conquistare un passo alla volta. Un isola lungamente bramata e vista all&#8217;orizzonte da naufrago e su cui finalmente era sbarcato e adesso era solo tutta sua</p>
<p><a href="http://emamandelli.altervista.org">Ossessioni e vuoti a rendere</a></p>]]></content:encoded>
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