RACCONTI -L’americano alla finestra

Ma chi diavolo è quel tipo?”. “Ma dico hai visto che faccia?”. Il 22 luglio del 1960, in una delle estati del boom economico dell’Italia gli autogrill sono uno dei punti dove passa l’umanità più assortita. Ma quel ragazzo magro, alto, allampanato, pallido, con i capelli impomatati, non era passato inosservato alle due guardie che controllavano il traffico di turisti in viaggio all’interno dell’autogrill Le Focette, a un tiro di schioppo da Marina di Pietrasanta, Versilia.

E’ entrato nel bagno barcollando da almeno una mezz’ora. “Sarà meglio andare a controllare”. Bussano, silenzio, “ehi, tutto bene la dentro”, si sente solo un rantolo. Sfondano la porta e si trovano davanti l’allampanato con una siringa in mano, le braccia piene di sangue. Da una mezz’ora stava cercando di spararsi in vena una dose di Palfium, un narcotico tre volte più forte della morfina, che si è procurato illegalmente tramite delle ricette falsificate. L’allampanato finisce dritto al commissariato, e poi, dopo un processo rimbalzato su tutti i giornali, in carcere.

Sedici mesi da scontare nel carcere fortezza San Giorgio di Lucca.

La stanza che da qualche mese aveva affittato all’Hotel Universo di Lucca, da dove ogni sera si affacciava per suonare, viene lasciata.

Al direttore del carcere il ragazzo allampanato chiede un favore: di potere avere nella sua cella la sua amata tromba. Il direttore, appassionato musicista, acconsente. Così ogni sera il ragazzo si affaccia dalla sua cella del carcere di San Giorgio, che dà sul piazzale dell’istituto di detenzione, e suona al tramonto. Il piazzale diviene ben presto il luogo di ritrovo per i ragazzi di tutta la città. Ascoltano quelle note tristi scivolare nell’aria tersa della sera. Un appuntamento immancabile quello con la tromba del tramonto.

Tanto che la notte di Natale del 1960 quando il ragazzo inizia il suo concerto si materializzano nel piazzale il suo caro amico, il clarinettista Henghel Gualdi, col suo quartetto, e si improvvisa il concerto di Natale più incredibile che si potesse pensare. In carcere il ragazzo viene chiamato Maestro o Professore.

Il soprannome sostituisce quello che gli aveva dato Adriano Celentano sul set del film “Urlatori alla sbarra”, pellicola in cui il ragazzo era comparso qualche mese prima. Interpretando sé stesso. Chet Baker, un trombettista americano. Nel film passa quasi tutto il tempo a dormire sotto i tavoli.

Nei 16 mesi di carcere si disintossica dalla droga.

Quando finalmente esce abbandona anche l’Italia, dove ha passato i 4 anni più assurdi della sua vita. Lui, nato nella campagna rurale dell’Oklahoma da dove era fuggito giovane per peregrinare prima negli States e poi, dal 1958, in Europa. A Lucca qualcuno ricorda ancora i concerti improvvisati dalla finestra del carcere di San Giorgio del Professore. Un ragazzo allampanato che nella vita avrebbe sofferto ancora tanto.

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