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MUSICA – Quella volte che Joe Cocker non venne a Crema

Joe Cocker, Los Angeles, 18.04.2010-008343_2

Può una tempesta ormonale portarti sulle vie del rock? Certo che può. Per molti della mia generazione lo scontro con il rock avvenne nella penombra di un cinema fumoso degli anni’80. Precisamente nella primavera del 1986. Usciva in Italia 9 settimane e ½, un terribile filmetto plastificato che ha in se tutto lo spirito edonista degli anni ’80. Il punto focale del film è un patinatissimo spogliarello di una Kim Basinger icona degli anni ’80 al suono di You Can Leave Your Hat On un pezzo del 1972 scritto da Randy Newman ma ripescato per l’occasione da Joe Cocker, rocker dalle movenze quantomeno bizzarre, le rivedremo presto pedissequamente ricalcate da Sugar Fornaciari, e in quegli anni caduto in disgrazia.

Io sulle vie del rock già c’ero arrivato. Ma quella domenica sera, di ritorno di una gira di tre giorni ad Aosta con la classe dell’Ipc (si ho tentato di fare le scuole superiori prima di andare a lavorare) al cinema Vittoria con le ragazzine in tempesta ormonale per il bel professore paninaro che ci aveva accompagnato, anche io scopro quel bizzarro personaggio. Quella canzone incredibile e quella voce così sporca. Sembrava un rocker consumato Joe, eppure nel 1986 aveva l’età che ho io adesso.

Poi improvvisamente nella calda estate della Città Giocattolo appaiono i manifesti di un suo concerto. Santa Maria, polisportiva Bertolotti. Un nome internazionale a Crema. Si quel reduce di Woodstock, perché nel frattempo avevo scoperto, prima delle celebrazioni del ventennale di Woodstock fatte da un già imbalsamato Red Ronnie nel 1989, che Joe aveva sconvolto la tre giorni di pace e amore poco più che ventenne, già con le sue movenze schizzate, con una versione incredibile di With a Little Help from My Friends, che anche i secondo i Beatles era meglio dell’originale.

Ma dicevamo che era l’estate del 1986, ma prendete il dato con le pinze potrebbe essere stato anche il 1987. Il disco che porta per titolo il solo cognome del cantante inglese nato a Sheffield, era stato un hit. Insomma era bello averlo a suonare nella Città Giocattolo. Ricordo che la gente iniziò ad arrivare lungo il viale di Santa Maria nel pomeriggio. Andavano a piedi verso il polisportivo.

Sembravano le immagini di Woodstock, ragazzi colorati e un po’ frikkettoni in pieni anni ’80. Gli yuppie erano lontani da qui. almeno per quel giorno. Ma dal tardo pomeriggio iniziano a circolare incontrollate in città le voci che il concerto non si farà.

Io non sapevo chi fosse l’organizzatore allora. L’ho scoperto poi, Angelo Dossena. Che in fondo un pochino Michael Lang lo ricorda. I pazzi sono sempre sognatori, o i sognatori sono sempre dei pazzi? Insomma avete capito. Di cose per la Città Giocattolo ne ha fatte. Ma quella è rimasta nella storia. Si perché Joe a Crema non arriverà mai.

Arrestato al confine per droga, morto in un incidente in arrivo da un altro concerto, ricoverato in ospedale per overdose. Le voci furono mille. Chissà cosa è successo davvero. La delusione del silenzio. Di una tempesta ormonale che non è andata a buon fine, come il 90 per cento delle tempeste ormonali di quando si ha quella età. Niente musica per i frekkettoni cremaschi, niente peace & love. In fondo la summer of love era finita da un pezzo e gli anni del rigflusso e della plastica, dei paninari dei truzzi e dei tamarri erano altro.

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Joe Cocker ci ha lasciato il 21 dicembre del 2014. Aveva 70 anni. Non è stato solo uno dei trionfatori di Woodstock o la colonna sonora degli spogliarelli dal 1986 in poi. Ha inciso 22 dischi in studio e 10 live. Il più famoso dei dischi dal vivo usciva nell’agosto del 1970. Si intitola Mad dog & Englishman e con il suo ascolto su un gracchiante vinile lo ricorderò in questo pomeriggio freddo e prenatalizio. Il rock’n’roll non muore mai.

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